Sperimentazione: Intervista a Pro-Test Italia

Pro-Test
 

Pubblichiamo una intervista che il gruppo Pro-Test, attraverso la persona di Alberto Ferrari, ci ha gentilmente concesso. Il fine di Pro-Test è motivare la ricerca scientifica e la sperimentazione animale, aprendo quindi un dialogo con il grande pubblico. Per maggiori informazioni rimandiamo al sito ufficiale: http://protestitalia.wordpress.com/

a) Si potrebbe dire che il concetto basilare di “sperimentazione animale” sia di facile comprensione. Ciò che si nota, invece, è la difficoltà di avere ben presente quali siano i motivi della sperimentazione stessa. Potete quindi spiegarli?

La risposta potrebbe essere la stessa che alla domanda “perché si fa scienza?”

Si fa perché conoscere il mondo migliora la vita delle persone, facendole progredire sia sul piano pratico, attraverso gli sviluppi tecnologici, sia sul piano, mi si passi il termine, “spirituale”, perché coltiva la curiosità, l’interesse per la natura e in definitiva anche l’etica stessa.

Se invece il problema che ci si pone è perché si usano proprio gli animali, le ragioni possono variare, infatti non si usano sempre gli animali. Gli organismi viventi, incluso l’uomo, sono estremamente complessi e interconnessi, e per studiarne le caratteristiche è spesso necessario ricorrere ai cosiddetti “modelli”, sistemi semplificati che ne riproducono alcune caratteristiche di interesse. Una grossa parte dei modelli utilizzati sono animali o sono derivati da animali.

b) Chi si oppone lo fa per una questione morale. Credete ci sia un controsenso in tutto ciò? Se la sperimentazione mi permette di salvare vite umane (e a volte anche animali), non è già questo un motivo per continuare su questa strada? E’ giusto però usare vite di animali che non hanno certo possibilità di scelta? Come si può affrontare il discorso da un punto di vista etico?

Ogni volta che qualcuno si convince che il proprio quadro di valori sia intrinsecamente migliore di quello di chiunque altro viene evocata la questione morale. Ma per quanto si possa essere convinti di disporre della “superiorità morale”, i quadri di valori differenti si devono comunque confrontare se si vuole convivere in società. Probabilmente c’è chi è convinto di poter attribuire alla vita di topi e uomini lo stesso valore, ma da questo non può derivare che tutti siano obbligati a farlo. Noi viviamo in una società di umani, quindi per noi il benessere degli umani viene nettamente prima; se vivessimo in una società in cui umani e topi contribuissero alla pari, allora li metteremmo alla pari. Poi, certo, il topo non sceglie di partecipare alla sperimentazione, ma se per questo non sceglie neanche di andare dal veterinario se deve essere curato, né sceglie di essere mangiato dal gatto, o ucciso da un topo più aggressivo. La libertà di scelta è un prodotto socio-culturale, riguarda chi partecipa alla società, e purtroppo è anche parecchio limitata. Degli animali ci interessa il benessere (“animal welfare”) ma non applichiamo loro categorie socio-culturali umane.

Il problema è che i sostenitori dei “diritti animali” (“animal rights”) sostengono che la differenza di specie non sia sufficiente ad applicare categorie morali diverse. Hanno ragione, se il problema fosse solo la differenza di specie allora non sarebbe giustificata la differenza etica fra noi e gli animali. Il punto è che la differenza di specie porta sempre con sé differenze eticamente rilevanti: il topo non parla, non scrive, non vota, non lavora, non contribuisce alla società. E tutto questo non è perché abbia qualche disabilità o malattia o impedimento fisico: è così perché è un topo, i suoi limiti sono connaturati al suo essere topo. Ostinarsi a non voler tener conto di questa differenza significativa fra l’essere “topo” e l’essere “uomo” vuol dire essere fuori dalla realtà.

c) Spesso la sperimentazione viene vista nell’immaginario collettivo come una riproposizione degli esperimenti del Dottor Moreau, protagonista di uno dei racconti di Wells, una specie di sadica ecatombe degli innocenti. Potete spiegare invece come funzionano realmente i laboratori?

Come si aspetterebbe che funzionino chiunque non sia stato precedentemente fuorviato da simili racconti dell’orrore. Gli esperimenti dolorosi sono fatti in anestesia, eccetto quei casi in cui l’anestesia sarebbe più dolorosa o pericolosa per l’animale dell’esperimento stesso; gli animali sono ben nutriti e mantenuti con la massima cura, si cerca di evitare loro ogni disagio anche perché un animale sofferente può compromettere i risultati dell’esperimento.

Non cercherò con questo di far passare l’idea che la vita di laboratorio sia uno splendente paradiso per animali: a volte dei disagi ci sono, non sempre si possono evitare. Mi basta che passi l’idea che non sono gli inferni che vengono dipinti, sono posti dignitosi e vivibili. D’altro canto in natura un topo non raggiunge mai l’età che può raggiungere in laboratorio, quindi evidentemente in gabbia non è tenuto in maniera così tragica e non rischia di essere mangiato da gatti o rapaci.

d) Chi si oppone dice che la sperimentazione è un processo inutile in quanto basta svolgere le ricerche usando il metodo in vitro. Potete dire perché questa proposizione è errata?

È sicuramente errata. Sarebbe come se si dicesse che non c’è bisogno del ferro perché abbiamo già il legno; non ha senso perché sono due cose diverse. La ricerca in vitro e in vivo sono ovviamente diverse, quanto possono essere diversi fra di loro uno strato di cellule su un vetrino e un individuo completo. Uno degli slogan preferiti degli oppositori della sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”. Vero, ma non siamo neanche strati di cellule di 70 Kg.

Tuttavia abbiamo qualcosa in comune tanto coi topi che con gli strati di cellule su vetrino, e a seconda di quello che vogliamo scoprire useremo gli uni o gli altri come modelli. Non sono intercambiabili, non possiamo sostituire i topi con strati di cellule e ricavarne le stesse informazioni di nostro interesse. E qui voglio ricordare che in effetti non sarebbe possibile neanche il contrario: non si potrebbe mai sostituire efficacemente i metodi in vitro con modelli animali senza perderne i peculiari vantaggi.

e) Nel mondo post-darwinista si è arrivati alla conclusione che uomini e animali fanno parte di un continuum biologico, ossia che esiste qualcosa che ci unisce geneticamente. Da una parte ciò viene ad oggi visto come l’affermazione di una somiglianza uomo-animale e quindi della equiparabilità dei diritti (visione di campo morale), dall’altra si rifiutano le somiglianze biologiche poiché darebbero ragione alla sperimentazione stessa. Non trovate in ciò una sorta di crisi del pensiero, quasi una schizofrenia?

Infatti è una pesante contraddizione. La cosa buffa è che veniamo accusati spesso di essere noi a contraddirci, poiché giudicheremmo la sperimentazione animale scientificamente valida sulla base della somiglianza fra noi e gli animali, mentre la giudicheremmo eticamente corretta sulla base delle differenze. Ovviamente non c’è nessuna contraddizione, semplicemente ci sono somiglianze e differenze biologiche fra noi e gli animali, e possono essere entrambe scientificamente o eticamente rilevanti o irrilevanti. Noi diciamo che uomini e animali biologicamente hanno molto in comune (siamo tutti eterotrofi, siamo privi di parete cellulare, respiriamo ossigeno, eccetera), ma quando si va a verificare gli aspetti eticamente rilevanti (autocoscienza, linguaggio, capacità di costruire e creare, capacità di stare dentro al sistema sociale contribuendovi attivamente) c’è un abisso in mezzo che rende la condizione umana unica. Io e un cane abbiamo diverse capacità di astrazione, pensiero, calcolo, comunicazione e una miriade di altre cose. Ma abbiamo entrambi occhi, fegato, reni, apparato digerente e via dicendo, e fanno tutti più o meno gli stessi lavori in entrambi.

D’altro canto, quando gli oppositori della sperimentazione animale si contraddicono su questo punto, lo fanno spesso in modo particolarmente evidente.  Ad esempio quando si dice che l’animale può soffrire, lo si dice in gran parte proprio sulla base delle somiglianze fra il sistema nervoso dell’animale e quello umano; quindi se vogliono riconoscere che l’animale può soffrire, allora devono riconoscere anche che il suo cervello, almeno per quell’aspetto della sua biologia, è simile a quello umano. E’ un bel problema: l’argomento etico e quello scientifico per loro si escludono a vicenda.

f) E’ possibile dire che molti dei problemi da voi affrontati siano legati ad una mancanza di cultura della scienza? Non si intende con ciò la semplice cultura scientifica, ossia le conoscenze necessarie per svolgere un determinato lavoro (conoscenze che richiedono anni di studio), quanto di un approccio culturale alla scienza (un approccio della società) che permetta di aprire un dialogo fruttifero.

Direi che è sicuramente così. La scienza non è solo risoluzione di problemi pratici, e neanche è un semplice corpus di conoscenze preconfezionate da vendere alla gente, anzi, questi sono aspetti secondari: la spinta propulsiva della scienza è la domanda, la volontà di comprendere il mondo, e di farlo con un approccio critico e metodico. Non sono tanto le pure e semplici conoscenze scientifiche ad essere rarefatte nella popolazione (anche se va detto che anche su quelle c’è da lavorare), ciò che manca è da un lato l’interesse verso le domande poste dalla scienza, e dall’altro la comprensione approfondita del suo modo di procedere. Manca l’attitudine alla curiosità e al metodo, in una parola, manca l’attitudine a pensare scientificamente.

Purtroppo non basta scrivere su un libro di scuola che Homo sapiens viene da Homo erectus (che per di più è anche impreciso) per aver insegnato scienza alle persone. È quando l’alunno, quale che sia la sua età, ti chiede “e su quali basi lo dici?” e tu gli rispondi, che puoi dire di aver insegnato scienza. Inutile insegnare le leggi delle probabilità nelle scuole, se poi la gente va lo stesso a puntare sui numeri ritardatari al lotto.

Rimandiamo a questo articolo per ulteriori spunti di riflessione nati da un incontro con Valerio Pocar promosso da Storie di Scienza: Etica e Sperimentazione.