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La notte dei ricercatori: 25 e 26 settembre

Notte dei Ricercatori La Città incontra l’Università – L’Università incontra la Città venerdì 25 e sabato 26 settembre 2015 Meet Me Tonight – La Notte dei Ricercatori – è un’iniziativa europea che Continua a leggere »

Evoluzione tecnologica

Secondo i dettami evolutivi una specie sopravvive solo quando riesce a trovare un equilibrio con il suo intorno; in termini più semplici, come prima conseguenza si potrebbe dire che la sopravvivenza è Continua a leggere »

Monthly Archives: settembre 2013

La mano di Lucy

21/09/2013 – La mano dell’Australopithecus afarensis, la specie a cui appartiene la nota Lucy, avrebbe presentato caratteristiche sia del gorilla, sia dell’uomo moderno.

Intervista a Michael Ruse

Nato in Ighilterra (Birmingham – 1940), professore presso la Florida State University, Michael Ruse è uno dei più importanti filosofi della scienza contemporanei. Il suo campo di studio principale è la filosofia della biologia, in special modo una analisi dell’etica alla luce delle teorie evolutive. In quanto Umanista, Ruse professa di essere ateo ed agnostico ma non rifiuta un dialogo con la religione ed è un propositore della conciliazione tra fede cristiana e teoria dell’evoluzione. Oltre ad essere stato nominato Fellow della Royal Society of Canada e della American Association for the Advancement of Science, è stato insignito di dottorati onorari presso l’università di Bergen (Norvegia), McMaster e New Brunswick. [la versione originale in inglese dell’intervista si trova a questo link]

An interview with professor Michael Ruse

The following is the original version of professor Ruse’s interview concerning philosophy of biology. For the Italian translation please click on this link.

 

1) More than often people seem to believe that the relationship between ethics and evolution can be reduced to Hobbes’ homo homini lupus. They tend to see Nature as a place where only the strongest survive, an axiom that in our culture means that only the most beautiful, ruthless and cynical person can gain the upper hand in the struggle for life. Can you explain us why this everyman-for-himself forma mentis is blatantly wrong?

Parole di pietra?

18/09/2013 – Quando l’uomo ha sviluppato un linguaggio orale articolato in parole?

La ricerca di una risposta è motivo di accesi dibattiti, e comprende una datazione compresa tra i 2 milioni e i 50.000 anni fa. Questo enorme quanto insoddisfacente arco di tempo rappresenta uno stimolo per i ricercatori.

All’atto pratico la questione si presenta però estremamente complessa ed impegnativa. Mentre quesiti riguardanti le modifiche anatomiche nel tempo o le innovazoni culturali si avvantaggiano di reperti tangibili -fossili e manufatti- da cui iniziare le investigazioni, quello dell’origine del linguaggio non gode di simili basi.

Questa premessa avvalora il risultato di una ricerca pubblicata su PLOS ONE che come presupposto ha individuato una possibile relazione a livello di attività cerebrale tra la scheggiatura di manufatti litici e la formulazione di parole.

Numeri Culturali

Che i numeri siano infiniti è cosa certa, come certo è il fatto che i numeri non sono infiniti. Sebbene tutto ciò appaia paradossale, la questione è una semplice presa di posizione davanti alla realtà dei fatti: da una parte abbiamo i numeri intesi come una serie senza fine (si potrebbe definirlo un processo di astrazione assoluto), dall’altra abbiamo i numeri intesi come un mezzo umano per classificare e lavorare con ciò che ci circonda (un processo di “concretizzazione”). La questione è quindi legata all’utilizzo e alle possibilità in nuce (in potenza): se è ipoteticamente vero che si potrebbe contare senza mai arrivare ad una fine, dall’altra ci si scontrerebbe con il valore di una tale azione (cui prodest, o in maniera più vernacolare “a che scopo?”) e con il più interessante fatto che per forza di cose arriveremo ad un punto in cui saremmo incapaci di proseguire soprattutto a causa di un nostro collasso mentale.

Tassonomia dell’ominazione: occorre “metterci la faccia”

Articolo originale scritto per Pikaia.eu – portale dell’evoluzione

 

 

L’Homo erectus è stato il primo ominide ad aver avuto un corpo molto simile al nostro: adatto a percorrere lunghe distanze senza affaticarsi, alto e slanciato. Presentava inoltre abitudini di vita estremamente differenti dagli ominidi apparsi in tempi precedenti: controllava il fuoco, padroneggiava la lavorazione della pietra dando vita alla cultura Acheuleana e con lui si sono poste le basi per la formazione di nuclei sociali sempre più complessi.

Tali conquiste non sono state certo raggiunte in un unico momento: l’Homo erectus calpestò il suolo per un arco di tempo estremamente ampio, oggi stimato tra gli 1,8 milioni e i 260.000 anni fa. Durante questo periodo di tempo si osserva un notevole incremento della sua corteccia cerebrale. Per poter contenere un cervello sempre più complesso, infatti, il volume cranico è mediamente aumentato dagli 813 cm³ ai 1.230 cm³: una dimensione, quest’ultima, di poco inferiore a quella dell’Homo sapiens attuale.

La differenza del volume craniale tra i fossili più arcaici di erectus rispetto a quelli più recenti non è affatto trascurabile se si considera che si sta parlando della medesima specie. In più occasioni infatti sono sorte discussioni sull’attribuzione della paternità di determinati crani. Il discorso si applica anche ad altri ominidi del Pleistocene medio apparsi in tempi successivi all’erectus, come l’Homo rhodesiensis e l’Homo heidelbergensis.

Come poter affermare quindi che un cranio avente un determinato volume appartenga alla medesima specie di uno con dimensioni differenti e non sia invece catalogabile in un altro taxon?

Una ricerca pubblicata su Journal of Human Evolution ha affrontato il problema mediante il confronto tra differenti crani del Pleistocene medio, con l’obiettivo di determinare le relazioni anatomiche tra il volume del cervello, le dimensioni della porzione ossea del cranio che interagisce con la colonna vertebrale (basicranio), la scatola cranica (neurocranio) e alcuni caratteri del gruppo osseo facciale (splancnocranio o massiccio frontale).

Cranio di Homo erectus (a) e di un ominide del Paleolitico medio. In entrambi gli individui il contorno anteriore è appiattito, mentre il volto è massiccio e sporge dalla parte anteriore della scatola cranica. (a) Il reperto di Sangiran 17 ha un volume è di 1.004 cc. Il parietale è relativamente corto. L'occipitale è fortemente piegato, con un grande piano nucale. (b) Il reperto di Broken Hill ha un volume di 1.280 cc, un'alta volta cranica e l'arco lambda-bregma più lungo. L'occipitale è espanso rispetto al piano sotto il collo.

Cranio di Homo erectus (a) e di un ominide del Paleolitico medio.
In entrambi gli individui il contorno anteriore è appiattito, mentre il volto è massiccio e sporge dalla parte anteriore della scatola cranica.
(a) Il reperto di Sangiran 17 ha un volume è di 1.004 cc. Il parietale è relativamente corto. L’occipitale è fortemente piegato, con un grande piano nucale.
(b) Il reperto di Broken Hill ha un volume di 1.280 cc, un’alta volta cranica e l’arco lambda-bregma più lungo. L’occipitale è espanso rispetto al piano sotto il collo.

Il presupposto è che l’aumento del volume neurocraniale sia stato parallelamente accompagnato o abbia costretto all’adattamento alcuni caratteri craniali, mentre altri ne siano stati indipendenti. Questi ultimi infatti sarebbero stati sottoposti a modifiche nel tempo scarse o nulle. In altre parole la ricerca si è posta di individuare quei caratteri craniali utili per la classificazione tassonomica poiché rimasti immutati nel tempo, a prescindere dall’accrescimento del volume neurocraniale.

Dallo studio emerge che la maggior parte dei tratti indipendenti dall’incremento del volume neurocranico siano di natura prettamente splancnocraniale, poiché il massiccio frontale sarebbe intrinsecamente più indipendente dalla zona cerebrale.

L’avvaloramento di questo risultato verrebbe dall’anatomia medica: essa infatti descrive il neurocranio come un gruppo osseo avente funzione esoscheletrica con lo scopo di proteggere l’encefalo. Il masssiccio frontale invece ha una funzione prettamente endoscheletrica e si configura come architettura di sostegno dei visceri cranici come muscoli, mucose, e occhi.

I tratti individuati non appartengono esclusivamente al massiccio frontale: la ricerca distingue infatti anche alcuni tratti riguardanti il gruppo osseo neuro-basicraniale. Tra essi vengono evidenziati:

 

- l’estensione del frontale anteriore

Osso frontale anteriore

Osso frontale anteriore

- l’espansione laterale della volta parietale

Osso parietale

Osso parietale

- l’altezza della corda lambda-inion

Lambda-Inion nell'occipitale posteriore. Clicca sull'immagine per ingrandire.

Lambda-Inion nell’occipitale posteriore.
Clicca sull’immagine per ingrandire.

Lambda-Inion nell'occipitale posteriore. Clicca sull'immagine per ingrandire.

Lambda-Inion nell’occipitale posteriore.
Clicca sull’immagine per ingrandire.

- l’arrotondamento del contorno sagittale dell’occipitale

contorno_sagittale_occipitale

 

La nuova precisione nella classificazione tassonomica raggiunta con questa importante ricerca permetterà ai paleoantropologi di avere a disposizione nuovi strumenti utili per approfondire lo studio sul cespuglio evolutivo dell’ominazione, che ha già messo alla luce le prime ipotesi alternative.

Con il nuovo metodo d'analisi anatomica sono state avanzate nuove ipotesi sulla relazione di parentela tra gli erectus e gli altri ominidi del Paleolitico medio.

Con il nuovo metodo d’analisi anatomica sono state avanzate nuove ipotesi sulla relazione di parentela tra gli erectus e gli altri ominidi del Paleolitico medio.

 

Ernesto Pozzoni

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Basi

Ogni volta che guardiamo le dita delle nostre mani nulla ci appare più naturale di una supposta predisposizione a contare in base dieci; qualsiasi altro meccanismo ci risulta a prima vista inconcepibile e spesso, sebbene si possa intendere che il sistema decimale sia uno dei tanti possibili, rimaniamo comunque ancorati ad un “decacentrismo” in cui la nostra base risulta essere l’unica giusta e corretta.  Partiamo sempre dall’idea che esistano indiscutibilmente solo dieci cifre (partendo dallo zero) e che una volta contato fino al nove si passi poi ad avere una decina, un numero composto graficamente da due parti; ovviamente si può anche aumentare la complessità, passare cioè da 10 a 100 fino all’infinito, ma sempre in base decimale.