Intervista a Michael Ruse

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Nato in Ighilterra (Birmingham – 1940), professore presso la Florida State University, Michael Ruse è uno dei più importanti filosofi della scienza contemporanei. Il suo campo di studio principale è la filosofia della biologia, in special modo una analisi dell’etica alla luce delle teorie evolutive. In quanto Umanista, Ruse professa di essere ateo ed agnostico ma non rifiuta un dialogo con la religione ed è un propositore della conciliazione tra fede cristiana e teoria dell’evoluzione. Oltre ad essere stato nominato Fellow della Royal Society of Canada e della American Association for the Advancement of Science, è stato insignito di dottorati onorari presso l’università di Bergen (Norvegia), McMaster e New Brunswick. [la versione originale in inglese dell’intervista si trova a questo link]

 

a) Fin troppo spesso si tende a credere che la relazione tra l’etica e l’evoluzione possa essere ridotta al motto di Hobbes “homo homini lupus”. Si tende a vedere la Natura come un luogo dove solo i più forti sopravvivono, un assioma che nella nostra cultura significa che solo la persona più fisicamente attraente, più spregiudicata e più cinica può vincere nella lotta per la vita (per la sopravvivenza). Può spiegarci perché questa forma mentis tipica da ciascuno-salvi-sé-stesso è ovviamente errata?

L’aspetto più importante dell’evoluzione darwinista è che non importa come si sopravviva o come ci si riproduca, quanto che lo si faccia e che lo si faccia meglio degli altri competitori. In altre parole, se la lotta è il modo migliore per raggiungere l’obiettivo, allora così sia. Ma se la cooperazione reca maggiori frutti, allora si scelga questa strada. Il fatto è che tutti gli animali sono giovani, a volte diventano vecchi, e spesso sono malati o bisognosi di soccorso; è allora che appare la necessità di ricevere aiuto da parte dei parenti o degli amici o di chiunque con cui si interagisca. La mia opinione è che l’etica sia una buona via per farci diventare cooperatori – non sempre, ma di certo quando abbiamo bisogno di aiuto o quando siamo in una posizione che ci permette di offrire aiuto agli altri.

 

b) L’idea che l’etica sia un prodotto naturale dell’evoluzione può essere vista come un imperativo: fai ciò che la natura ti dice di fare e segui il suo corso. Ciò che è interessante è il suo sequitur: da questo punto di vista ci troviamo catapultati a vederci come delle macchine biologiche senza qualsiasi forma di libero arbitrio. Può dirci perché ciò non è vero? Crede che tale attitudine possa essere vista come un modo di dispensarci dalle nostre responsabilità, una disonestà intellettuale che cerca semplicemente di mascherare il fatto che non vogliamo rispondere delle nostre peggiori azioni etiche?

Non credo che dobbiamo seguire il corso della Natura. Se dovessimo seguire tale corso, allora potremmo essere come Casanova, fare sesso con quasi qualsiasi persona dovessimo trovare sulla nostra strada. Posso pensare che il nostro senso etico evoluto ci possa dire di fermarci – ad ogni modo, come possono due uomini creare qualsivoglia legame se ciascuno dei due cerca sempre di andare a letto con la compagna dell’altro? Non penso che il fatto che si sia dei prodotti evolutivi ci faccia perdere il libero arbitrio. Io credo nel determinismo, ma come Hume ed altri hanno dimostrato, noi possiamo essere determinati causalmente e allo stesso tempo moralmente liberi. Io direi certamente che gli essere umani hanno una dimensione di libertà che le formiche non possiedono. Possiamo decidere cosa fare in determinate circostanze in una maniera che risulta impossibile alle formiche.

 

c) In Erewhon, il romanzo evoluzionista di Samuel Butler, gli abitanti dell’eponimo regno hanno spinto l’eugenetica ai suoi limiti: coloro che non sono adatti (ossia che non sono fisicamente sani) vengono spediti in prigione. L’autore vuole farci ponderare su un semplice fatto: se una persona commette un crimine senza però avere nessuna capacità di controllo, tale persona deve pagare per il crimine perpetrato? Se seguiamo il discorso di Butler e rimaniamo nel suo contesto metaforico, il successivo passo logico è di ponderare se sia giusto escludere le persone malate dalla nostra società per il bene della società stessa. Ciò che l’autore riesce a fare è dimostrare come sebbene si possa dare ragione a tale forma di pensiero, dall’altra sentiamo che non è giusto. La Natura ci dice che una persona che soffre di qualche malattia è teoricamente destinata a morire, tuttavia la nostra società lavora per dare a questa persona le cure e i rimedi necessari: possiamo dire che se da una parte l’evoluzione ci dice che “i deboli” non sono fatti per sopravvivere, dall’altra ci elargisce quella spinta etica che ci porta ad rimediare a ciò che sentiamo essere sbagliato? Possiamo dire, ad esempio, che il Giuramento di Ippocrate è sancito dall’evoluzione?

Prima di tutto direi che spesso lasciamo che malati muoiano, ad esempio se soffrono di un dolore incurabile, se sono molto anziani o se non riuscirebbero ad avere una esistenza propriamente cosciente. Ovviamente ciò accade più in alcune società che in altre. Come secondo punto non vedo alcun motivo per non aiutare gli ammalati o chi si trova ad avere degli handicap; noi stessi potremmo un giorno trovarci in tale situazione. L’altruismo reciproco ci dice che può essere interesse nostro promuovere l’aiuto verso i malati. E’ ovvio che ci stiamo muovendo su un “terreno meno solido” e può quindi essere concepibile che sia la cultura a suggerirci di recare aiuto mentre invece la natura ci dice di lasciare che i malati muoiano. Darwin, in The Descent of Man, si preoccupava di ciò.

Michael Ruse (da brisscience)

Michael Ruse (da brisscience)

d) Un aspetto interessante dell’etica evolutiva è che l’evoluzione darwiniana è a-teleologica. Possiamo dire che esiste un fine (la sopravvivenza), ma tale fine non è sancito a priori e di certo non abbiamo idea di dove possa portarci: non esiste alcun piano prestabilito, un progetto che ci indichi quale sarà il nostro prossimo passo. E’ giusto dire che l’etica stessa è portata a cambiare nel tempo (un tempo ovviamente lungo)? Se evolvere vuol dire adattarsi, possiamo dire che differenti condizioni esterne portano a differenti etiche, esattamente come isole diverse significavano per Darwin diverse varietà di uccelli?

Penso che se ci dovessimo evolvere in modi differenti, allora l’etica sarebbe differente. Anche in questo caso Darwin aveva speso del tempo a ponderare la questione in The Descent of Man. Se ci fossimo evoluti come le formiche e le api, allora potrebbe essere un dovere sacro per le femmine uccidere i loro fratelli maschi quando il tempo diventa terribilmente brutto. Ad ogni modo credo che ci sarebbe sempre un qualche tipo di struttura formale di reciprocità. Non posso immaginare che l’etica potrà mai cambiare in modo tale da farci dire che sia moralmente corretto mangiare i nostri figli in qualsiasi momento! Prendiamo come esempio gli Shakers [n.d.t. : una setta religiosa]. Hanno cercato di creare una società senza sesso e ora non esistono più. Penso ci debbano essere dei legami strutturali nella morale come ci sono per l’anatomia. Possiamo avere un mucchio di forme animali ma non possiamo avere gatti grandi come elefanti: le loro gambe dovrebbe essere grandi come quelle degli elefanti e non potrebbe più saltare come fanno normalmente.

 

e) Un’ultima domanda riguardante la scienza. Il suo pensiero è molto simile a quello di Butler in quanto entrambi vi avvicinate con un approccio linguistico, ossia ne valorizzate la componente metaforica. L’autore britannico ebbe molti screzi con i darwinisti, e nel suo diario scrisse di opporsi all’attitudine di Thomas Huxley per cui lo scienziato appariva poco propenso a usare termini semplici al fine di intavolare un dialogo con le persone comuni; l’approccio di Butler, sebbene polemico, cercava infatti di essere pedagogico (potremmo addirittura dire che il suo uso di paradossi fosse maieutico). In The Structure of Scientific Revolutions, Kuhn sottolinea giustamente che la scienza ha bisogno del suo vocabolario specifico, una necessità che porta ad aumentare il divario tra scienza e società. Lei crede che l’approccio di Butler sia chisciottesco, ossia destinato a fallire? La scienza, a causa dei suoi meccanismi interni, deve per forza di cose diventare sempre più incomprensibile tranne a coloro che vivono all’interno delle sue “torri d’avorio”?

Credo che Butler abbia fallito poiché aveva adottato la teoria evolutiva sbagliata: il Lamarckismo. Non amava l’asprezza che vedeva nel cuore del processo processo di cambiamento esposto da Darwin. Ad ogni modo sono d’accordo nel dire che la scienza diventa sempre più difficile da comprendere per le persone comuni– la fisica ancor più della biologia, ovviamente. Ma si spera che ci saranno sempre degli ottimi divulgatori che spieghino ai profani i meccanismi della scienza complessa. Come ho detto, Butler sbagliò a causa della sua scienza e non per la sua attitudine nei confronti della lingua; Butler sa infatti essere anche molto profondo, ad esempio nella sua storia della macchine di Erewhon.

 

Post scriptum : l’immagine di copertina è tratta dal seguente sito, mentre l’immagine nel corpo del testo è tratta da brisscience. Per chi fosse interessato a leggere i libri di Ruse, sfortunatamente il mercato italiano è ben povero di traduzioni (è stato possibile trovare solo Sociobiologia. Una scienza controversa, edito da Il Mulino nel 1981); il mercato inglese è ovviamente più florido, per cui si consiglia The Philosophy of Human Evolution e Defining Darwin (i link rimandano al formato ebook). Per chi avesse una ottima conoscenza dell’inglese parlato è possibile trovare molti filmati su youtube, come l’intero dibattito evolution vs. design.

 

Guido Negretti – guido.negretti@gmail.com