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La notte dei ricercatori: 25 e 26 settembre

Notte dei Ricercatori La Città incontra l’Università – L’Università incontra la Città venerdì 25 e sabato 26 settembre 2015 Meet Me Tonight – La Notte dei Ricercatori – è un’iniziativa europea che Continua a leggere »

Evoluzione tecnologica

Secondo i dettami evolutivi una specie sopravvive solo quando riesce a trovare un equilibrio con il suo intorno; in termini più semplici, come prima conseguenza si potrebbe dire che la sopravvivenza è Continua a leggere »

Tag Archives: Darwin

Darwin Day 2014

Anche quest’anno l’UAAR di Varese (una delle associazioni aderenti a SdS) organizza il Darwin Day con una conferenza di Edoardo Boncinelli dal titolo “La scienza non ha bisogno di Dio”, l’appuntamento è fissato per venerdì 7 marzo 2014 alle 21.00 presso la sala Montanari (ex cinema Rivoli) a Varese.

Intervista a Michael Ruse

Nato in Ighilterra (Birmingham – 1940), professore presso la Florida State University, Michael Ruse è uno dei più importanti filosofi della scienza contemporanei. Il suo campo di studio principale è la filosofia della biologia, in special modo una analisi dell’etica alla luce delle teorie evolutive. In quanto Umanista, Ruse professa di essere ateo ed agnostico ma non rifiuta un dialogo con la religione ed è un propositore della conciliazione tra fede cristiana e teoria dell’evoluzione. Oltre ad essere stato nominato Fellow della Royal Society of Canada e della American Association for the Advancement of Science, è stato insignito di dottorati onorari presso l’università di Bergen (Norvegia), McMaster e New Brunswick. [la versione originale in inglese dell’intervista si trova a questo link]

An interview with professor Michael Ruse

The following is the original version of professor Ruse’s interview concerning philosophy of biology. For the Italian translation please click on this link.

 

1) More than often people seem to believe that the relationship between ethics and evolution can be reduced to Hobbes’ homo homini lupus. They tend to see Nature as a place where only the strongest survive, an axiom that in our culture means that only the most beautiful, ruthless and cynical person can gain the upper hand in the struggle for life. Can you explain us why this everyman-for-himself forma mentis is blatantly wrong?

Valerio Pocar – Etica e Bioetica

Valerio Pocar a Filmstudio 90 per l’Estate Scientifica di Storie di Scienza. Conferenza sull’etica darwiniana.

Serendipity

Serendipity è una parola inglese dal suono certamente interessante ma dalla traduzione molto difficile: si tratta di quel tipo di scoperta accidentale nata dal caso, un risultato di profonda importanza a cui ci si arriva senza averne perseguito l’obiettivo a priori. Per usare un esempio più vicino alla vita di tutti i giorni, è come se nell’aprire un libro a caso in biblioteca trovassimo al suo interno una poesia inedita di Eugenio Montale (da lui vergata ed autografata), lasciata lì per caso e mai trovata.

Nei riguardi della scienza, la serendipity deve essere coadiuvata dall’intelligenza, il tutto per creare il famoso colpo di genio (un colpo di genio, quindi, che deve essere preceduto da un colpo legato ad una bassa parte anatomica del nostro corpo). Uno degli esempi più famosi riguarda Newton e la mela: seduto in un prato, la curiosità del fisico inglese venne attratta da un avvenimento alquanto normale, cosa questa che lo portò a ridefinire le meccaniche di attrazione teorizzando l’esistenza della forza di gravità. Al di là della mela, è fondamentale il fatto che Newton si trovasse in quel prato preciso poiché la sua università era stata chiusa a causa di una epidemia: se quel virus determinato non avesse avuto alcun effetto sugli esseri umani, Newton non avrebbe potuto lasciare le mura accademiche per riposarsi in un prato.

Isaac Newton

Isaac Newton

Episodi simili compongono una lunga lista di scoperte dal valore rivoluzionario. Darwin stesso, in fondo, si trovò per caso a viaggiare sul Beagle (il veliero che lo portò in giro per l’oceano): i suoi voti scolastici erano quantomeno mediocri e la sua carriera futura sarebbe stata quella di semplice parson (parroco anglicano di campagna). Anche la pubblicazione de L’Origine della Specie è dovuta a serendipity: Darwin si trovò spinto a dare alle stampe la sua teoria solo ed esclusivamente  nel momento in cui un altro naturalista, Wallace, era sul punto di rubargli il primato (Wallace, contattato da Darwin, pospose l’uscita del suo libro per una questione di rispetto).

Alfred Wallace

Alfred Wallace

I risvolti di queste situazioni non sono da mettere in secondo piano. Da una parte è ovvio che per arrivare a  certi risultati si necessita di una base conoscitiva ben formata: difficile parlare di serendipity nel momento in cui la conoscenza è mossa a priori (vedasi percorso di studio). Dall’altra, per arrivare a determinati risultati la componente legata al caso (una variabile per nulla controllabile) è fin troppo grande. Se la conoscenza odierna è quindi anche (quindi non solo) frutto di movimenti entropici, il risvolto più destabilizzante va a ricadere nell’ambito personale: per ogni Newton che appare sul percorso della conoscenza, ce ne potrebbero essere migliaia che non sono mai arrivati a nulla non per modeste capacità mentali, bensì per una semplice questione di mancanza di serendipity.

 

http://en.wikipedia.org/wiki/Role_of_chance_in_scientific_discoveries

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16179740?dopt=AbstractPlus

http://undsci.berkeley.edu/article/serendipity

Evoluzione, scienza e problemi maltusiani

Fondamentalmente la scienza può essere divisa in due categorie: da una parte la ricerca che punta a conoscere i puri meccanismi della natura (ad esempio la fisica), dall’altra la ricerca che si propone di trovare soluzioni ai problemi dell’uomo (ad esempio la medicina). Risulta ovvio che le due categorie si intersechino a vicenda, tuttavia tale divisione non è da sottovalutarsi nel momento in cui si vogliano fare considerazioni da un punto di vista meramente utilitaristico. Nel primo caso si tratta di un complesso di informazioni che tendono ad una lettura quanto più obiettiva di ciò che circonda l’uomo, con l’unica conseguenza di possibili rivoluzioni culturali (vedasi il concetto di tempo secondo la fisica di Einstein); nel secondo caso, invece, il fatto stesso di creare strumenti che vanno ad aiutare l’essere umano a migliorare direttamente la propria vita innescano dubbi di più profonda portata.

Secondo il concetto di selezione naturale, qualsiasi essere vivente deve la propria sopravvivenza a fattori su cui non può influire, come la capacità del proprio sistema immunitario a respingere un determinato virus. Con la odierna medicina (ad esempio attraverso i vaccini) l’essere umano riesce a proteggersi anche nel momento in cui le sue difese di base non lo porterebbero a sopravvivere; se da un lato ciò ha un indiscutibile valore nella lotta per la sopravvivenza, dall’altro provoca una crisi nell’ordine evolutivo. L’evoluzione, infatti, si manifesta come il metodo migliore per contrastare situazioni negative, penalizzando (con la morte) chi non riesce a fronteggiarle e premiando (con la vita) chi riesce a superarle: semplificando il meccanismo, si può dire che chi sopravvive a determinate malattie trasmetterà il proprio corredo genetico ai figli, provocando l’espansione di una piccola mutazione nella specie, in questo caso per quanto riguarda gli anticorpi.

Thomas Malthus (1766 - 1834)

Thomas Malthus (1766 – 1834)

Se da un lato tutto ciò diminuisce fortemente il fattore evolutivo biologico, dall’altro è bene ricordare che il valore delle mutazioni deve essere fatto rientrare sotto l’egida del concetto di sopravvivenza: il valore dell’utilizzo di tecnologie è quindi simile a quello delle variazioni genetiche positive, il tutto poiché entrambe aiutano l’essere umano a sopravvivere. Il vero problema è la forza del risultato ottenibile: se le mutazioni sono un processo molto lento e per nulla sicure di arrivare ad un risultato ottimale (non sono infatti strettamente teleologiche, non sono ossia guidate aprioristicamente, non perseguono un fine prefissato), le ricerche umane sono invece volontariamente mirate (in alcuni casi si tratta certamente di momenti di serendipity, ma il risultato verrà poi usato con coscienza).

Darwin impiegò le teorie maltusiane, ma ne rifiutò l'utilizzo nei riguardi della procreazione umana.

Darwin impiegò le teorie maltusiane, ma ne rifiutò l’utilizzo nei riguardi della procreazione umana.

Il risultato di tutto ciò è semplice: la vita umana si allunga a dismisura e il numero dei rappresentanti della specie aumenta in forma vertiginosa. Le implicazioni sono cupe: non si tratta di questioni evolutive, bensì di problematiche di collasso: maggiore è il numero di esseri che riescono a sopravvivere, maggiore sarà il loro apporto sul mondo circostante. Si tratta ovviamente di problematiche che vengono generalmente classificate come maltusiane: negli anni passati ci si è spesso concentrati sulla capacità della terra di produrre abbastanza cibo per una popolazione umana sempre più in crescita, ma il vero problema con cui ci confrontiamo oggi è un altro, ad esempio la capacità del pianeta di sopportare il carico di rifiuti da noi prodotti.

Presupporre che la scienza debba quindi fermarsi nello sviluppo tecnologico e medico sarebbe forse sbagliato, una idiosincrasia luddista: il problema è infatti di ordine culturale, come si può notare dal fatto che basterebbe decidere di procreare solo un figlio per contenere derive numeriche di collasso o spingere la ricerca verso tecnologie meno dannose per l’intero ecosistema. Tutto ciò dimostra come la scienza abbia spesso forti ricadute sulla società e debba quindi essere coadiuvata da proposte culturali che nascano da una politica intelligente; parlare maltusianamente del numero massimo di figli da poter procreare diventa tuttavia un concetto etico, legato alla questione della libertà individuale (non collettiva) e certamente di non facile risoluzione. Una cosa è certa, l’evoluzione umana ha ormai una valenza di ordine culturale, e nel processo evolutivo non ci si può sottrarre dall’aspetto legato all’estinzione: nuove forme di pensiero devono nascere ed altre, insostenibili, devono morire.

Commento: etica, sperimentazione ed evoluzione

[commento di M. Sabbadini, Presidente dell'Associazione]

Nei giorni scorsi abbiamo avuto l’opportunità di proporre al pubblico varesino un’eccezionale conferenza del Professor Valerio Pocar sull’etica in prospettiva Darwiniana di cui presto pubblicheremo una sintesi video.

Valerio Pocar

Valerio Pocar

Tra i molti temi sui quali si sviluppa la complessa riflessione sulla bioetica applicata alle scienze c’è, ovviamente, il tema sensibile della sperimentazione su cavie viventi, al quale abbiamo dedicato un ulteriore approfondimento realizzando via email un’intervista all’Associazione Pro – Test  promotrice, fra l’altro, della giornata di mobilitazione nazionale per la libertà di ricerca scientifica delle scorso giugno alla quale anche noi abbiamo dato pubblicità e di cui abbiamo condiviso le finalità.

Al lettore attento, pur nella necessaria parzialità di sintesi affidate a brevi articoli, non sarà certamente sfuggita una serie di elementi contraddittori tra le descrizioni delle diverse posizioni: Pro – Test ha sottolineato l’essenzialità della sperimentazione per una serie di processi scientifici e di ricerca fondamentali; la riflessione invece sull’etica darwiniana ha portato con sé un messaggio molto forte e molto chiaro: la scienza non ci consente più di affermare che l’uomo sia un oggetto con qualche preminenza nell’universo, gli animali sono nostri pari. Un’affermazione che pone un problema piuttosto difficile da eludere rispetto al tema degli esperimenti su cavie viventi.

Posto in questi termini, peraltro, il conflitto sembra porsi come un drammatico disaccordo tra etica e scienza, destinato ovviamente a risolversi a favore della scienza dal momento che nessuno di noi desidererebbe porre la propria speranza di vita, i destini del progresso scientifico al di sotto della vita, tutto sommato comunque breve, di animali che probabilmente spesso non sarebbero nemmeno nati se non fossero stati allevati per la sperimentazione. Tanto più che nessuna persona dotata di buonsenso potrebbe attribuire al ricercatore che sperimenta su una cavia tendenze sadiche o chissà quali altre motivazioni diverse dalla ricerca.

Ma siamo certi che le cose stiano così?  Naturalmente la manifestazione del 9 giugno trovava le sue ragioni nella difesa del sacrosanto principio della libertà di ricerca scientifica, un valore fondamentale in ogni democrazia e una premessa essenziale allo sviluppo tecnico e all’euristica scientifica. Questo però non deve indurre l’illusione che la scienza stia fuori dal mondo morale, che in suo nome si possano autorizzare eccezioni a principi altrimenti accettati.

L’Impresa scientifica è affidata a uomini e donne che, come tutti, hanno i loro specifici campi di competenza e hanno, parimenti, i propri limiti. Il dibattito pubblico, il confronto con i processi legislativi degli stati e degli enti sovranazionali, le analisi nell’ambito dell’etica e della bioetica non sono astrazioni inutili per filosofi, sono parte integrante del processo per il quale l’Impresa Scientifica costituisce parte (integrante e fondamentale) della cultura di un’epoca, la nostra, che dalle scienze e dalla tecnologia dipende più di qualunque altra in passato.

Detto ciò il problema etico posto dalla sperimentazione animale potrebbe essere più semplice di quanto non appaia in un primo momento: se la sperimentazione è necessaria alla sopravvivenza della nostra specie un banale principio di autodifesa ci potrebbe indurre a ritenerla moralmente accettabile, semplicemente appellandosi al principio della scelta di un male minore.

Ma, anche posto questo principio, come giustificare la sperimentazione per ricerche, a essere gentili, non essenziali? Le normative attualmente in vigore nei paesi industrializzati prevedono l’obbligo di test sugli animali per qualunque prodotto destinato ad uso umano: ha veramente senso che si provochi l’overdose di una cavia per testare un rossetto o un fard composti, oltretutto, da molecole ben note il cui comportamento e i cui effetti sono facilmente calcolabili dalle precedenti esperienze? ha senso giustificare tali attività per la verifica di prodotti come i cosmetici o alcuni additivi alimentari la cui finalità di realizzazione è puramente commerciale? Vale la pena qui specificare che non è certo la comunità scientifica ad essere responsabile di un simile paradosso previsto piuttosto da legislazioni sensibili ad altri tipi di interesse.

Inoltre non mancano le voci dissonanti nel mondo scientifico, punti di vista che sostengono come la sperimentazione possa essere sostituita da altri modelli di ricerca (ci limitiamo qui a segnalare, per quanto imperfetta, la sintesi che fa Wikipedia del dibattito).

Quindi? Quindi ancora una volta la tematica è assai più complessa di quanto potesse apparire ad un primo sguardo ma, senza la pretesa di dare giudizi definitivi, possiamo individuare alcuni principi generali che dovrebbero avere un ruolo nella definizione di queste difficoltà: 1) la libertà di ricerca come valore fondamentale di una società democratica 2) la ricerca bioetica come punto di riferimento ineludibile per qualunque espressione scientifica 3) soprattutto se una questione non è definita in modo unanime dalla comunità scientifica è fondamentale tenere in considerazione tutti i paradigmi disponibili 4) l’importanza del dibattito pubblico informato, sia come punto di unione tra la comunità scientifica e il resto della popolazione, sia come momento per orientare le scelte politiche e culturali che dovrebbero essere patrimonio condiviso della collettività.

Il Professor Pocar non si è limitato a indicare i problemi etici sottesi alla ricerca con sperimentazione animale, ha anche sostenuto con argomenti tratti da ricerche note e controllabili, che vi sono dubbi sull’efficacia del metodo, ha altresì segnalato la sua opinione secondo la quale la sperimentazione viene vista, in buona fede, come insostituibile solo per ragioni culturali, cioè perché questa pratica porta con sé secoli di collaudo e di credibilità che le danno un autorità che va oltre le evidenze empiriche (un meccanismo peraltro abbastanza noto agli storici e ai filosofi della scienza).

Ecco però che, proprio da questa osservazione, assai critica e tutta da dimostrare, nasce una proposta che ha fortemente senso, qui, riprendere: perché, mentre si continua la consolidata pratica della sperimentazione, non si avviano ambiziosi programmi di ricerca per trovare modelli alternativi? Perché non impegnare danaro dei contribuenti per questo fine? la politica scientifica è una delle azioni caratterizzanti di un governo, anche se molto spesso la politica preferisce demandarla ai soli tecnici quando non seguire semplicemente gli umori di un’opinione pubblica poco informata. Invece un simile programma di sperimentazione, che non potrebbe avvenire con capitale privato mancando un interesse economico specifico,  sarebbe destinato, con certezza, ad essere un successo: in caso non emergessero metodi alternativi buona parte dei nodi etici si potrebberoconsiderare superati data la ragionevole certezza dell’assenza di artenative utili; se emergessero sarebbe possibile superare, in modo netto, il problema e probabilmente disporre di nuove tecniche con costi, di ogni tipo, minori. Inoltre un programma di tali dimensioni sarebbe di per sè portatore di enormi avanzamenti anche solo in termini di scoperte collaterali, proprio come i programmi spaziali degli anni ’50 che, nati per produrre tecnologie belliche, hanno prodotto avanzamenti un innumerevoli rami delle scienze e della tecnica, cambiando anche la vita quotidiana di ciascuno di noi con l’introduzione di molte tecnologie  col tempo divenute disponibili per usi quotidiani.

In ultima analisi la sperimentazione su cavie viventi è oggi uno strumento che la ricerca considera insostituibile ed è parimenti ragione continua di dubbio etico e pratico. Come sempre la soluzione non sta nell’imporre (o sognare) divieti ma cercare modelli diversi, il solo sforzo della ricerca (date le inevitabili ricadute euristiche dovute all’esplorazione di modelli diversi), in questo caso come in altri, potrà ampiamente giustificare il percorso. Si tratta, certamente, di programmi probabilmente costosi ma l’esempio ricavato dalla ricerca aerospaziale di mezzo secolo fa ci dimostra sia come siano possibili, sia quanto siano portatori di risultati e ricadute ben oltre le aspettative dal momento che la ricerca scientifica è sempre attività che produce più di quanto richieda.