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La notte dei ricercatori: 25 e 26 settembre

Notte dei Ricercatori La Città incontra l’Università – L’Università incontra la Città venerdì 25 e sabato 26 settembre 2015 Meet Me Tonight – La Notte dei Ricercatori – è un’iniziativa europea che Continua a leggere »

Evoluzione tecnologica

Secondo i dettami evolutivi una specie sopravvive solo quando riesce a trovare un equilibrio con il suo intorno; in termini più semplici, come prima conseguenza si potrebbe dire che la sopravvivenza è Continua a leggere »

Tag Archives: Etica

Intervista a Michael Ruse

Nato in Ighilterra (Birmingham – 1940), professore presso la Florida State University, Michael Ruse è uno dei più importanti filosofi della scienza contemporanei. Il suo campo di studio principale è la filosofia della biologia, in special modo una analisi dell’etica alla luce delle teorie evolutive. In quanto Umanista, Ruse professa di essere ateo ed agnostico ma non rifiuta un dialogo con la religione ed è un propositore della conciliazione tra fede cristiana e teoria dell’evoluzione. Oltre ad essere stato nominato Fellow della Royal Society of Canada e della American Association for the Advancement of Science, è stato insignito di dottorati onorari presso l’università di Bergen (Norvegia), McMaster e New Brunswick. [la versione originale in inglese dell’intervista si trova a questo link]

Scienza e Limiti (autoimposti) della Scienza

Se la scienza cerca di dare risposte il più obiettive possibili, tali risposte si trovano ad essere guidate a priori da decisioni etiche (consce o inconsce che siano), cosa questa che porta a dire che la ricerca non è mai libera: variando una famosa frase di Walter Pater (art for art’s sake, l’arte per l’arte, un concetto ripreso poi da Oscar Wilde), si può ammettere che ad oggi è difficile parlare di science for science’s sake, la scienza per la scienza, ossia fine a sé stessa. Se è pur vero che la scienza è di suo amorale (la scienza è solo un mezzo), lo scienziato, colui che la utilizza, non può esserlo; il risultato è che da un lato tutto ciò ci permette di caricare di valori positivi la ricerca (esiste un dibattito etico “benigno”), mentre dall’altro blocca (eticamente ed a priori) la possibilità di conoscenza, contenendola entro certi limiti precisi.

Genie (13 anni).

Genie (13 anni).

 Un esempio classico può essere trovato nel campo della linguistica: per quanto si discuta sulla questione delle strutture profonde grammaticali (vedasi Chomsky), le uniche possibilità di controllo e verificazione della psicolinguistica sono date dagli studi sui bambini, bambini che già di loro natura sono “educati” alla lingua nel contesto sociale. Risulta quindi eticamente “fastidioso” il dover dire di aver avuto fortuna con i casi di Isabelle, Genie e Chelsea, tre donne la cui infanzia ai limiti del disumano hanno fatto sì che potessero essere usate come cavie ex post per dimostrare l’esistenza dell’istinto della lingua. Genie, ad esempio, fu trovata a tredici anni, incapace di parlare poiché le era stato sempre impedito (veniva lasciata reclusa in casa, legata a un tavolo e chiusa in un letto con un rete metallica); il fatto che i logopedisti non riuscirono mai ad insegnarle ad esprimersi in forma corretta (le sue frasi tipo erano “io mangiare mela”) dimostrò come (e quando) il cervello metta in moto le strutture grammaticali profonde, ma tale dimostrazione fu possibile solo ed esclusivamente “grazie” a metodi disumani (di certo non voluti né causati dai ricercatori).

La pecora Dolly, il primo essere vivente clonato.

La pecora Dolly, il primo essere vivente clonato.

Un altro caso palese viene dato dalla clonazione e da quei risvolti nati dal chiedersi se sia fattibile nei confronti dell’essere umano. Riprodurre biologicamente una stessa persona non è un caso da sottovalutare poiché significherebbe poter attuare sulle sue scelte e dimostrare senza ombra di dubbio se esista o meno una variabile “libertà” (leggasi libero arbitrio): si potrebbe rispondere definitivamente alla domanda “se fossi nato in condizioni differenti, sarei sempre la stessa persona alla base, avrei sempre la stessa condotta morale?”. Il fatto che la comunità scientifica abbia deciso di non proseguire su questo determinato tipo di ricerca dimostra come l’etica condizioni la scienza.

Incisione del Doctor Faustus

Incisione del Doctor Faustus

Risulta necessario ammettere quindi l’impossibilità della scienza odierna di fornirci tutti i dati possibili. Non si tratta né di quelle conoscenze a cui non potremo mai aspirare (ad esempio cosa provi soggettivamente una cellula procariota) né di quegli studi dove il fine positivo ne sancisce l’esistenza anche a priori (vedasi le problematiche legate alla sperimentazione animale), bensì di quelle ricerche fattibili di cui noi stessi impediamo (eticamente) il loro svolgersi. Il tutto a dimostrazione che se la scienza (e conoscenza) pura potrebbe esistere, affinché ciò accada lo scienziato dovrebbe prima disfarsi delle sue caratteristiche in qualità di essere umano, spogliarsi di ciò che lo rende tale per trasformarsi (metaforicamente) in un moderno ultra-Faustus: si rischierebbe di morire affogati a causa di una profonda sete di pura conoscenza.

 

Post Scriptum: le notizie su Genie, Chelsea e Isabelle sono state tratte da “El abecé de la psicolinguìstica” di Alberto Anula Rebollo (Arco Libros, Madrid, 2002). L’immagine di copertina è tratta da Metropolis di Fritz Lang.

Valerio Pocar – Etica e Bioetica

Valerio Pocar a Filmstudio 90 per l’Estate Scientifica di Storie di Scienza. Conferenza sull’etica darwiniana.

Commento: etica, sperimentazione ed evoluzione

[commento di M. Sabbadini, Presidente dell'Associazione]

Nei giorni scorsi abbiamo avuto l’opportunità di proporre al pubblico varesino un’eccezionale conferenza del Professor Valerio Pocar sull’etica in prospettiva Darwiniana di cui presto pubblicheremo una sintesi video.

Valerio Pocar

Valerio Pocar

Tra i molti temi sui quali si sviluppa la complessa riflessione sulla bioetica applicata alle scienze c’è, ovviamente, il tema sensibile della sperimentazione su cavie viventi, al quale abbiamo dedicato un ulteriore approfondimento realizzando via email un’intervista all’Associazione Pro – Test  promotrice, fra l’altro, della giornata di mobilitazione nazionale per la libertà di ricerca scientifica delle scorso giugno alla quale anche noi abbiamo dato pubblicità e di cui abbiamo condiviso le finalità.

Al lettore attento, pur nella necessaria parzialità di sintesi affidate a brevi articoli, non sarà certamente sfuggita una serie di elementi contraddittori tra le descrizioni delle diverse posizioni: Pro – Test ha sottolineato l’essenzialità della sperimentazione per una serie di processi scientifici e di ricerca fondamentali; la riflessione invece sull’etica darwiniana ha portato con sé un messaggio molto forte e molto chiaro: la scienza non ci consente più di affermare che l’uomo sia un oggetto con qualche preminenza nell’universo, gli animali sono nostri pari. Un’affermazione che pone un problema piuttosto difficile da eludere rispetto al tema degli esperimenti su cavie viventi.

Posto in questi termini, peraltro, il conflitto sembra porsi come un drammatico disaccordo tra etica e scienza, destinato ovviamente a risolversi a favore della scienza dal momento che nessuno di noi desidererebbe porre la propria speranza di vita, i destini del progresso scientifico al di sotto della vita, tutto sommato comunque breve, di animali che probabilmente spesso non sarebbero nemmeno nati se non fossero stati allevati per la sperimentazione. Tanto più che nessuna persona dotata di buonsenso potrebbe attribuire al ricercatore che sperimenta su una cavia tendenze sadiche o chissà quali altre motivazioni diverse dalla ricerca.

Ma siamo certi che le cose stiano così?  Naturalmente la manifestazione del 9 giugno trovava le sue ragioni nella difesa del sacrosanto principio della libertà di ricerca scientifica, un valore fondamentale in ogni democrazia e una premessa essenziale allo sviluppo tecnico e all’euristica scientifica. Questo però non deve indurre l’illusione che la scienza stia fuori dal mondo morale, che in suo nome si possano autorizzare eccezioni a principi altrimenti accettati.

L’Impresa scientifica è affidata a uomini e donne che, come tutti, hanno i loro specifici campi di competenza e hanno, parimenti, i propri limiti. Il dibattito pubblico, il confronto con i processi legislativi degli stati e degli enti sovranazionali, le analisi nell’ambito dell’etica e della bioetica non sono astrazioni inutili per filosofi, sono parte integrante del processo per il quale l’Impresa Scientifica costituisce parte (integrante e fondamentale) della cultura di un’epoca, la nostra, che dalle scienze e dalla tecnologia dipende più di qualunque altra in passato.

Detto ciò il problema etico posto dalla sperimentazione animale potrebbe essere più semplice di quanto non appaia in un primo momento: se la sperimentazione è necessaria alla sopravvivenza della nostra specie un banale principio di autodifesa ci potrebbe indurre a ritenerla moralmente accettabile, semplicemente appellandosi al principio della scelta di un male minore.

Ma, anche posto questo principio, come giustificare la sperimentazione per ricerche, a essere gentili, non essenziali? Le normative attualmente in vigore nei paesi industrializzati prevedono l’obbligo di test sugli animali per qualunque prodotto destinato ad uso umano: ha veramente senso che si provochi l’overdose di una cavia per testare un rossetto o un fard composti, oltretutto, da molecole ben note il cui comportamento e i cui effetti sono facilmente calcolabili dalle precedenti esperienze? ha senso giustificare tali attività per la verifica di prodotti come i cosmetici o alcuni additivi alimentari la cui finalità di realizzazione è puramente commerciale? Vale la pena qui specificare che non è certo la comunità scientifica ad essere responsabile di un simile paradosso previsto piuttosto da legislazioni sensibili ad altri tipi di interesse.

Inoltre non mancano le voci dissonanti nel mondo scientifico, punti di vista che sostengono come la sperimentazione possa essere sostituita da altri modelli di ricerca (ci limitiamo qui a segnalare, per quanto imperfetta, la sintesi che fa Wikipedia del dibattito).

Quindi? Quindi ancora una volta la tematica è assai più complessa di quanto potesse apparire ad un primo sguardo ma, senza la pretesa di dare giudizi definitivi, possiamo individuare alcuni principi generali che dovrebbero avere un ruolo nella definizione di queste difficoltà: 1) la libertà di ricerca come valore fondamentale di una società democratica 2) la ricerca bioetica come punto di riferimento ineludibile per qualunque espressione scientifica 3) soprattutto se una questione non è definita in modo unanime dalla comunità scientifica è fondamentale tenere in considerazione tutti i paradigmi disponibili 4) l’importanza del dibattito pubblico informato, sia come punto di unione tra la comunità scientifica e il resto della popolazione, sia come momento per orientare le scelte politiche e culturali che dovrebbero essere patrimonio condiviso della collettività.

Il Professor Pocar non si è limitato a indicare i problemi etici sottesi alla ricerca con sperimentazione animale, ha anche sostenuto con argomenti tratti da ricerche note e controllabili, che vi sono dubbi sull’efficacia del metodo, ha altresì segnalato la sua opinione secondo la quale la sperimentazione viene vista, in buona fede, come insostituibile solo per ragioni culturali, cioè perché questa pratica porta con sé secoli di collaudo e di credibilità che le danno un autorità che va oltre le evidenze empiriche (un meccanismo peraltro abbastanza noto agli storici e ai filosofi della scienza).

Ecco però che, proprio da questa osservazione, assai critica e tutta da dimostrare, nasce una proposta che ha fortemente senso, qui, riprendere: perché, mentre si continua la consolidata pratica della sperimentazione, non si avviano ambiziosi programmi di ricerca per trovare modelli alternativi? Perché non impegnare danaro dei contribuenti per questo fine? la politica scientifica è una delle azioni caratterizzanti di un governo, anche se molto spesso la politica preferisce demandarla ai soli tecnici quando non seguire semplicemente gli umori di un’opinione pubblica poco informata. Invece un simile programma di sperimentazione, che non potrebbe avvenire con capitale privato mancando un interesse economico specifico,  sarebbe destinato, con certezza, ad essere un successo: in caso non emergessero metodi alternativi buona parte dei nodi etici si potrebberoconsiderare superati data la ragionevole certezza dell’assenza di artenative utili; se emergessero sarebbe possibile superare, in modo netto, il problema e probabilmente disporre di nuove tecniche con costi, di ogni tipo, minori. Inoltre un programma di tali dimensioni sarebbe di per sè portatore di enormi avanzamenti anche solo in termini di scoperte collaterali, proprio come i programmi spaziali degli anni ’50 che, nati per produrre tecnologie belliche, hanno prodotto avanzamenti un innumerevoli rami delle scienze e della tecnica, cambiando anche la vita quotidiana di ciascuno di noi con l’introduzione di molte tecnologie  col tempo divenute disponibili per usi quotidiani.

In ultima analisi la sperimentazione su cavie viventi è oggi uno strumento che la ricerca considera insostituibile ed è parimenti ragione continua di dubbio etico e pratico. Come sempre la soluzione non sta nell’imporre (o sognare) divieti ma cercare modelli diversi, il solo sforzo della ricerca (date le inevitabili ricadute euristiche dovute all’esplorazione di modelli diversi), in questo caso come in altri, potrà ampiamente giustificare il percorso. Si tratta, certamente, di programmi probabilmente costosi ma l’esempio ricavato dalla ricerca aerospaziale di mezzo secolo fa ci dimostra sia come siano possibili, sia quanto siano portatori di risultati e ricadute ben oltre le aspettative dal momento che la ricerca scientifica è sempre attività che produce più di quanto richieda.

 

 

Sperimentazione: Intervista a Pro-Test Italia

Pubblichiamo una intervista che il gruppo Pro-Test, attraverso la persona di Alberto Ferrari, ci ha gentilmente concesso. Il fine di Pro-Test è motivare la ricerca scientifica e la sperimentazione animale, aprendo quindi un dialogo con il grande pubblico. Per maggiori informazioni rimandiamo al sito ufficiale: http://protestitalia.wordpress.com/

a) Si potrebbe dire che il concetto basilare di “sperimentazione animale” sia di facile comprensione. Ciò che si nota, invece, è la difficoltà di avere ben presente quali siano i motivi della sperimentazione stessa. Potete quindi spiegarli?

La risposta potrebbe essere la stessa che alla domanda “perché si fa scienza?”

Si fa perché conoscere il mondo migliora la vita delle persone, facendole progredire sia sul piano pratico, attraverso gli sviluppi tecnologici, sia sul piano, mi si passi il termine, “spirituale”, perché coltiva la curiosità, l’interesse per la natura e in definitiva anche l’etica stessa.

Se invece il problema che ci si pone è perché si usano proprio gli animali, le ragioni possono variare, infatti non si usano sempre gli animali. Gli organismi viventi, incluso l’uomo, sono estremamente complessi e interconnessi, e per studiarne le caratteristiche è spesso necessario ricorrere ai cosiddetti “modelli”, sistemi semplificati che ne riproducono alcune caratteristiche di interesse. Una grossa parte dei modelli utilizzati sono animali o sono derivati da animali.

b) Chi si oppone lo fa per una questione morale. Credete ci sia un controsenso in tutto ciò? Se la sperimentazione mi permette di salvare vite umane (e a volte anche animali), non è già questo un motivo per continuare su questa strada? E’ giusto però usare vite di animali che non hanno certo possibilità di scelta? Come si può affrontare il discorso da un punto di vista etico?

Ogni volta che qualcuno si convince che il proprio quadro di valori sia intrinsecamente migliore di quello di chiunque altro viene evocata la questione morale. Ma per quanto si possa essere convinti di disporre della “superiorità morale”, i quadri di valori differenti si devono comunque confrontare se si vuole convivere in società. Probabilmente c’è chi è convinto di poter attribuire alla vita di topi e uomini lo stesso valore, ma da questo non può derivare che tutti siano obbligati a farlo. Noi viviamo in una società di umani, quindi per noi il benessere degli umani viene nettamente prima; se vivessimo in una società in cui umani e topi contribuissero alla pari, allora li metteremmo alla pari. Poi, certo, il topo non sceglie di partecipare alla sperimentazione, ma se per questo non sceglie neanche di andare dal veterinario se deve essere curato, né sceglie di essere mangiato dal gatto, o ucciso da un topo più aggressivo. La libertà di scelta è un prodotto socio-culturale, riguarda chi partecipa alla società, e purtroppo è anche parecchio limitata. Degli animali ci interessa il benessere (“animal welfare”) ma non applichiamo loro categorie socio-culturali umane.

Il problema è che i sostenitori dei “diritti animali” (“animal rights”) sostengono che la differenza di specie non sia sufficiente ad applicare categorie morali diverse. Hanno ragione, se il problema fosse solo la differenza di specie allora non sarebbe giustificata la differenza etica fra noi e gli animali. Il punto è che la differenza di specie porta sempre con sé differenze eticamente rilevanti: il topo non parla, non scrive, non vota, non lavora, non contribuisce alla società. E tutto questo non è perché abbia qualche disabilità o malattia o impedimento fisico: è così perché è un topo, i suoi limiti sono connaturati al suo essere topo. Ostinarsi a non voler tener conto di questa differenza significativa fra l’essere “topo” e l’essere “uomo” vuol dire essere fuori dalla realtà.

c) Spesso la sperimentazione viene vista nell’immaginario collettivo come una riproposizione degli esperimenti del Dottor Moreau, protagonista di uno dei racconti di Wells, una specie di sadica ecatombe degli innocenti. Potete spiegare invece come funzionano realmente i laboratori?

Come si aspetterebbe che funzionino chiunque non sia stato precedentemente fuorviato da simili racconti dell’orrore. Gli esperimenti dolorosi sono fatti in anestesia, eccetto quei casi in cui l’anestesia sarebbe più dolorosa o pericolosa per l’animale dell’esperimento stesso; gli animali sono ben nutriti e mantenuti con la massima cura, si cerca di evitare loro ogni disagio anche perché un animale sofferente può compromettere i risultati dell’esperimento.

Non cercherò con questo di far passare l’idea che la vita di laboratorio sia uno splendente paradiso per animali: a volte dei disagi ci sono, non sempre si possono evitare. Mi basta che passi l’idea che non sono gli inferni che vengono dipinti, sono posti dignitosi e vivibili. D’altro canto in natura un topo non raggiunge mai l’età che può raggiungere in laboratorio, quindi evidentemente in gabbia non è tenuto in maniera così tragica e non rischia di essere mangiato da gatti o rapaci.

d) Chi si oppone dice che la sperimentazione è un processo inutile in quanto basta svolgere le ricerche usando il metodo in vitro. Potete dire perché questa proposizione è errata?

È sicuramente errata. Sarebbe come se si dicesse che non c’è bisogno del ferro perché abbiamo già il legno; non ha senso perché sono due cose diverse. La ricerca in vitro e in vivo sono ovviamente diverse, quanto possono essere diversi fra di loro uno strato di cellule su un vetrino e un individuo completo. Uno degli slogan preferiti degli oppositori della sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”. Vero, ma non siamo neanche strati di cellule di 70 Kg.

Tuttavia abbiamo qualcosa in comune tanto coi topi che con gli strati di cellule su vetrino, e a seconda di quello che vogliamo scoprire useremo gli uni o gli altri come modelli. Non sono intercambiabili, non possiamo sostituire i topi con strati di cellule e ricavarne le stesse informazioni di nostro interesse. E qui voglio ricordare che in effetti non sarebbe possibile neanche il contrario: non si potrebbe mai sostituire efficacemente i metodi in vitro con modelli animali senza perderne i peculiari vantaggi.

e) Nel mondo post-darwinista si è arrivati alla conclusione che uomini e animali fanno parte di un continuum biologico, ossia che esiste qualcosa che ci unisce geneticamente. Da una parte ciò viene ad oggi visto come l’affermazione di una somiglianza uomo-animale e quindi della equiparabilità dei diritti (visione di campo morale), dall’altra si rifiutano le somiglianze biologiche poiché darebbero ragione alla sperimentazione stessa. Non trovate in ciò una sorta di crisi del pensiero, quasi una schizofrenia?

Infatti è una pesante contraddizione. La cosa buffa è che veniamo accusati spesso di essere noi a contraddirci, poiché giudicheremmo la sperimentazione animale scientificamente valida sulla base della somiglianza fra noi e gli animali, mentre la giudicheremmo eticamente corretta sulla base delle differenze. Ovviamente non c’è nessuna contraddizione, semplicemente ci sono somiglianze e differenze biologiche fra noi e gli animali, e possono essere entrambe scientificamente o eticamente rilevanti o irrilevanti. Noi diciamo che uomini e animali biologicamente hanno molto in comune (siamo tutti eterotrofi, siamo privi di parete cellulare, respiriamo ossigeno, eccetera), ma quando si va a verificare gli aspetti eticamente rilevanti (autocoscienza, linguaggio, capacità di costruire e creare, capacità di stare dentro al sistema sociale contribuendovi attivamente) c’è un abisso in mezzo che rende la condizione umana unica. Io e un cane abbiamo diverse capacità di astrazione, pensiero, calcolo, comunicazione e una miriade di altre cose. Ma abbiamo entrambi occhi, fegato, reni, apparato digerente e via dicendo, e fanno tutti più o meno gli stessi lavori in entrambi.

D’altro canto, quando gli oppositori della sperimentazione animale si contraddicono su questo punto, lo fanno spesso in modo particolarmente evidente.  Ad esempio quando si dice che l’animale può soffrire, lo si dice in gran parte proprio sulla base delle somiglianze fra il sistema nervoso dell’animale e quello umano; quindi se vogliono riconoscere che l’animale può soffrire, allora devono riconoscere anche che il suo cervello, almeno per quell’aspetto della sua biologia, è simile a quello umano. E’ un bel problema: l’argomento etico e quello scientifico per loro si escludono a vicenda.

f) E’ possibile dire che molti dei problemi da voi affrontati siano legati ad una mancanza di cultura della scienza? Non si intende con ciò la semplice cultura scientifica, ossia le conoscenze necessarie per svolgere un determinato lavoro (conoscenze che richiedono anni di studio), quanto di un approccio culturale alla scienza (un approccio della società) che permetta di aprire un dialogo fruttifero.

Direi che è sicuramente così. La scienza non è solo risoluzione di problemi pratici, e neanche è un semplice corpus di conoscenze preconfezionate da vendere alla gente, anzi, questi sono aspetti secondari: la spinta propulsiva della scienza è la domanda, la volontà di comprendere il mondo, e di farlo con un approccio critico e metodico. Non sono tanto le pure e semplici conoscenze scientifiche ad essere rarefatte nella popolazione (anche se va detto che anche su quelle c’è da lavorare), ciò che manca è da un lato l’interesse verso le domande poste dalla scienza, e dall’altro la comprensione approfondita del suo modo di procedere. Manca l’attitudine alla curiosità e al metodo, in una parola, manca l’attitudine a pensare scientificamente.

Purtroppo non basta scrivere su un libro di scuola che Homo sapiens viene da Homo erectus (che per di più è anche impreciso) per aver insegnato scienza alle persone. È quando l’alunno, quale che sia la sua età, ti chiede “e su quali basi lo dici?” e tu gli rispondi, che puoi dire di aver insegnato scienza. Inutile insegnare le leggi delle probabilità nelle scuole, se poi la gente va lo stesso a puntare sui numeri ritardatari al lotto.

Rimandiamo a questo articolo per ulteriori spunti di riflessione nati da un incontro con Valerio Pocar promosso da Storie di Scienza: Etica e Sperimentazione.

Etica e Sperimentazione

Giovedì 11 luglio, all’interno degli eventi dell’Estate Scientifica, Valerio Pocar ha spiegato al pubblico come le scoperte scientifiche legate all’evoluzione (in special modo l’evoluzione darwinista) abbiano portato ad un cambiamento radicale nei confronti dell’etica. Tra i vari punti toccati dal professor Pocar nel dibattito finale, ha suscitato un profondo interesse la questione del rapporto culturale uomo-animale: una volta che la distinzione di specie separate a priori attraverso un atto di creazione cade davanti ai dati scientifici, è infatti necessaria una nuova valutazione.

La presa di posizione etica di Pocar è di certo tutt’altro che superficiale: al di là dei legami genetici più o meno forti, la tesi del professore riguarda il diritto da parte dell’uomo di recare danno volontario ad altri esseri viventi in grado di patire dolore, danno che può arrivare anche a provocarne la morte. Non si tratta di “incidenti naturali”, situazioni in cui la nostra responsabilità viene annullata come può essere lo schiacciare una lumaca camminando su un prato o investire per sbaglio un gatto: azioni non premeditate, azioni fortuite, non rientrano in questa problematica.

Valerio Pocar

Valerio Pocar

Un risultato basilare è la condanna di qualsiasi forma di tortura che nasca da un puro piacere sadico: martoriare un animale per il solo gusto di farlo, oltre ad essere un tema da trattare attraverso la psicologia, è di certo un’azione che tutti, bene o male, rifiutiamo. Nel caso della sperimentazione animale i problemi invece si complicano e si districano paradossalmente allo stesso tempo: se da una parte ad oggi ci troviamo nella necessità scientifica di utilizzare delle cavie, dall’altra la questione sollevata da Pocar rimane aperta.

Senza sperimentazione non potremmo arrivare a risultati determinanti nel campo della medicina, risultati che aiutano non solo l’uomo ma anche gli animali stessi (veterinaria). Le cavie tuttavia non hanno possibilità di scelta: o si presuppone che tale possibilità venga loro negata di natura per non avere facoltà logiche tali da permettere loro una scelta (al contrario degli esseri umani) e quindi risulta un problema fittizio, oppure ci si basa sul presupposto di “istinto/stato naturale” per cui si afferma che l’animale di sua natura non è fatto per funzionare da “cavia da esperimento” (si scavalca il dilemma del libero arbitrio sottomettendolo all’ordine della natura).

Manifestanti pro-sperimentazione

Manifestanti pro-sperimentazione

Come ben si evince, il problema etico rimane aperto a forti dibattiti, a volte guastati da sentimenti per nulla moderati da entrambe le parti. Ciò che tuttavia risalta da questo discorso e che spesso viene tralasciato è che, ad ogni modo, le posizioni di chi è favorevole alla sperimentazione e di chi ne è contrario sono unite in una considerazione profonda: se un giorno potessimo fare a meno di utilizzare cavie animali, la sperimentazione stessa, così com’è adesso, non avrebbe certo più ragione di esistere. Per arrivare a tale risultato possiamo solo rifarci alla scienza, la stessa che ad oggi si trova nella necessità di usare cavie animali.

Scienza, Etica e Verità – parte III

Per dare libero spazio al concetto di scienza libera, scienza pura, saremmo costretti a creare leggi ad hoc per gli scienziati stessi in modo tale che vengano esautorati da qualsiasi “rimorso di coscienza” o, più semplicemente, da qualsiasi azione penale. Tale proposta trova riscontro nella leggenda del dottor Faustus, in special modo nella sua rielaborazione cinquecentesca ad opera del drammaturgo Christopher Marlowe (Doctor Faustus): il protagonista della tragedia, infatti, decide di darsi esclusivamente alla conoscenza scientifica attraverso un patto con il diavolo, cosa questa che lo rende metaforicamente libero dai dettami della società umana (che si creda o meno in un essere divino, il concetto di dio nella tragedia va inteso come una semplice metafora per le leggi, l’etica e la morale umana).

Christopher Marlowe

Christopher Marlowe

Come in un gioco di scatole cinesi, si arriverebbe tuttavia ad un’altra problematica legata alla purezza stessa della scienza: sebbene lo scienziato possa teoricamente slegarsi dall’etica (creando paradossalmente l’etica della non-etica), andare al di là del bene e del male (come direbbe Nietzsche), non riuscirebbe mai a scardinare il fatto che lui stesso rimarrebbe pur sempre un essere umano. I risultati a cui arriverà e la ragione che lo spinge alla conoscenza non sono semplici leggi universali, ed anche se lo fossero (la curiosità legata a questioni genetiche, alla necessità di sopravvivere e quindi di sapere per contrastare le difficoltà del mondo esterno) manterrebbero pur sempre la loro caratteristica di “umano”, la lente “biologica” con (e attraverso) cui ci poniamo a leggere la natura.

Trovare soluzioni a volte è come essere in un quadro di Escher

Trovare soluzioni a volte è come essere in un quadro di Escher

Esiste forse una via d’uscita, ed è il concetto di utilità. Se da una parte l’idea di scienza pura potrebbe spingere a voler constatare quantitativamente il grado di sopportazione del dolore di una persona sottoposta ad una dieta forzata di cibo contaminato (con conseguente morte), dall’altra ci si può chiedere “cui prodest?”, a cosa serva tutto ciò; si tratta quindi di mettere in primo piano, a priori (prima ancora di iniziare la ricerca) e come elemento di guida, la validità del risultato da un punto di vista di utilizzo. Per quanto possa sembrare funzionale, anche in questo caso si arriverebbe tuttavia agli stessi problemi iniziali: l’utilità dipende dalla società, dalla cultura, e quindi torna ad essere legata a fattori esterni in grado di cambiare nel tempo e soprattutto non sempre veri. L’utilità, ad esempio, deve rispondere a diverse gradazioni, per cui in un momento di crisi economica e politica la conoscenza del cosmo risulta per nulla utile, sebbene sia innegabile il suo valore conoscitivo.

L'uomo che pensa

L’uomo che pensa

Non è facile arrivare ad un risultato soddisfacente: in qualsivoglia modo si guardi la questione, cadremo sempre in discorsi la cui natura fa sì che la loro soluzione sia probabilmente impossibile. Solo un fatto rimane sicuro: così come non ci sentiamo di condannare Prometeo, allo stesso modo possiamo sentire pietà (un sentimento genetico) verso Faustus per aver voluto essere umanamente curioso, bilanciando queste valutazioni con il fatto diametralmente opposto di sapere di doverli eticamente condannare per essersi posti in una condizione di quasi a-moralità. E’ il paradosso della scienza, un’arte neutra (un Giano bifronte) che può facilmente diventare positiva e negativa nello stesso momento.

 

Parte I

Parte II