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La notte dei ricercatori: 25 e 26 settembre

Notte dei Ricercatori La Città incontra l’Università – L’Università incontra la Città venerdì 25 e sabato 26 settembre 2015 Meet Me Tonight – La Notte dei Ricercatori – è un’iniziativa europea che Continua a leggere »

Evoluzione tecnologica

Secondo i dettami evolutivi una specie sopravvive solo quando riesce a trovare un equilibrio con il suo intorno; in termini più semplici, come prima conseguenza si potrebbe dire che la sopravvivenza è Continua a leggere »

Tag Archives: evoluzioneumana

Piccoli denti, grande cervello: gli studi proseguono

Articolo originale scritto per Pikaia.eu – Il portale dell’evoluzione.

13/03/2014 – Rare eccezioni non mancano, come ad esempio in Homo florensiensis, ma la riduzione dei molari e premolari (post-canini) nel genere Homo parallelamente all’encefalizzazione è un dato di fatto. Una ricerca pubblicata il 30 gennaio 2014 su BioMed Research International ha analizzato le relazioni tra le dimensioni dei denti molari e premolari (post-canini), la dieta assunta e le dimensioni del cervello in diverse specie di primati estinti ed esistenti.

Grande cervello, grandi premure

16/08/2013 – Nel 1936, nei pressi della città di Mojokerto (provincia di Giava Orientale, stato dell’Indonesia, regione geografica del Sud-est asiatico, Asia) venne ritrovata una calotta cranica fossile risalente al Paleolitico inferiore e attribuita a un bambino di circa 2 anni appartenente alle prime forme di erectus apparse.

 

Mojokerto in Indonesia

Indonesia: il pallino rosso corrisponte alla città di Majokerto

Questo reperto di grande valore scientifico ha permesso la ricerca, pubblicata su Journal of Human Evolution, postasi come obiettivo lo studio della crescita del cervello degli erectus.
Il fine ultimo è stato quello di trovare ulteriori tasselli per il mosaico dell’ontogenesi -ossia l’insieme dei processi mediante i quali si compie lo sviluppo biologico di un organismo- delle fasi transitorie dell’ominazione (un semplice sinonimo per evoluzione umana).

Lo studio è stato condotto tramite la comparazione di crani di giovani scimpanzé e umani contemporanei, aventi entrambi all’incirca la stessa età del Bambino di Mojokerto (sono stati esaminati crani dagli 0,5 agli 1,5 anni), con i crani di corrispettivi adulti.
La percentuale del volume endocranico dei primi rispetto a quello dei secondi avrebbe indicato la relativa velocità di sviluppo, e una comparazione finale tra i risultati dei tre tipi di Hominini avrebbe permesso di confermare tre differenti tappe d’ontogenesi cerebrale nella scala evolutiva.

Gli scimpanzé presenterebbero quindi un rapporto dell’81% rispetto al volume adulto, gli umani del 62%. Gli erectus si porrebbero a un valore medio, cica il 70% della capacità adulta.

Il modello di sviluppo del cervello dell’Homo erectus sarebbe quindi unico, e si collocherebbe esattamente in una fase intermedia tra i primi ominidi e quelli più evoluti.

Studi comparativi della ricerca

Studi comparativi della ricerca

Nota bene. Questa non vuole essere un’altra prova sull’evoluzione. Le prove infatti, per quanto ben accette possano essere, servono a supportare teorie. L’evoluzione invece è oramai un dato di fatto biologico assodato, non più una semplice teoria speculativa.

La contestualizzazione del risultato dello studio permette di inserirlo pienamente nel discorso della cura parentale.

A differenza di tutti i neonati appartenemti agli altri animali, che dispongono di un cervello quasi completamente formato, quelli umani sono gli unici che non hanno nessun tipo di autonomia, nemmeno deambulatoria. Sono alla totale dipendenza dei genitori.

Un cucciolo di serpente si cimenta a pasteggiare dopo aver cacciato autonomamente la sua preda

Un cucciolo di serpente si cimenta a pasteggiare dopo aver cacciato autonomamente la sua preda

Un cucciolo di leone esplora la savana attorno a sè, sotto vigile sguardo della madre.

Un cucciolo di leone esplora la savana attorno a sè, sotto vigile sguardo della madre

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo bambino Soruwaha è totalmente dipendente dalla madre e dalla tribù amazzonica di cui fa parte.

Questo bambino Soruwaha è totalmente dipendente dalla madre e dalla tribù amazzonica di cui fa parte.

Un cucciolo di scimpanzé avanza curioso tra le piante probabilmente in cerca di qualche frutto particolarmente maturo

Un cucciolo di scimpanzé avanza curioso tra le piante probabilmente in cerca di qualche frutto particolarmente maturo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo i ricercatori della Utrecht University (Paesi Bassi) che nel 2008 hanno condotto uno studio su un bacino femminile di erectus ritrovato insolitamente completo, questo risultato sarebbe lo sviluppo di un compromesso tra l’avere delle ossa pelviche atte a una deambulazione bipede totale ed ottimale -incompatibile con il parto di un neonato con una testa troppo grande- ed un volume cranico idoneo a contenere un cervello sempre più voluminoso.

Questo apparente svantaggio di nascita comportante le prime forme di cura parentale, ha avuto il merito di creare i primi legami familiari fondamenta della nostra evoluzione sociale, unica e contraddistintiva del genere umano.

 

Ernesto Pozzoni

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“Lo hobbit: un viaggio inaspettato”

10/08/2013 – L’Uomo di Flores, l’ominide noto per essere stato soggetto al cosiddetto “effetto isola” che ne ha ridotto notevolmente le dimensioni nel tempo tanto da essersi guadagnato l’appellativo di “hobbit” (a tal proposito porgo le mie scuse per il forse inopportuno riferimento nel titolo di questo articolo, ma spero mi perdonerete una volta terminata la lettura), è uno dei più grandi enigmi della paleoantropologia attuale: oltre a presentare scarse fonti documentative -fatto comune- ciò che lo contraddistingue è il contesto con cui si è “presentato” a noi.
Se questo ominide potesse parlarci, ora come ora ci schernirebbe dicendo qualcosa del tipo: “Ehi, guardatemi! Ho una statura incredibilmente bassa, ho una scatola cranica inspiegabilmente piccola anche per la mia anatomia, i miei resti se ne stanno in un luogo inspiegabilmente isolato e sono vissuto qui per più di un milione di anni! Auguri!”

Ricostruzione di Homo floresiensis di sesso femminile proposta da Elisabeth Daynès

Ricostruzione di Homo floresiensis di sesso femminile proposta da Elisabeth Daynès

1.000.000 di anni, un tempo enorme persino per una scala evolutiva se si considera che è esclusivamente dedicato ad un singolo ominide.
Fantastico.

Comparazione di teschi. A partire da sinistra: H. floresiensis, H. erectus, H. sapiens anatomicamente moderno.

Comparazione di teschi (cliccare sull’immagine per osservarla nell’insieme). A partire da sinistra: H. floresiensis (a), H. erectus (b), H. sapiens anatomicamente moderno (c).

Questo caso rappresenta uno stimolo per i ricercatori, poiché li costringe a mettere da parte la strada più ovvia e diretta per la ricerca di spiegazioni, così da intraprenderne di differenti che partano da altri punti, che tentino di allargare le vedute e che analizzino contesti e situazioni differenti ma collaterali. Facile a dirsi, ovviamente.
Riuscire a trovare l’approccio giusto rappresenta quindi un altro problema da sommare ai non pochi già presenti, ma per la sua natura spicca nettamente d’importanza.

E’ con questa premessa che una ricerca pubblicata su Quaternary Science Reviews si è posta di affrontare due quesiti che pongono al centro dell’attenzione il contesto e non l’ominide in sè:

Comparazione tra femmine di Homo sapiens e Homo floresiensis

Comparazione tra femmine di Homo sapiens e Homo floresiensis

1- in che modo la fauna ha potuto raggiungere Flores?
2- Quante sono le probabilità che la fauna possa persistere su un’isola come Flores e, nel caso specifico di H. floresiensis, per oltre un milione di anni?

Per quanto riguarda la prima domanda, la biogeografia (ossia la scienza che studia la distrubuzione della presenza vivente nello spazio e nel tempo, e le cause che l’hanno determinata) ha permesso di capire che mammiferi, uccelli e rettili potevano provenire da diverse parti, tra cui l’Oceania e le isole indonesiane di Giava e di Sulawesi. La ricerca fa notare come mentre alcuni animali come lo stegodonte (un elefantide estinto), la tartaruga gigante e il drago di Komodo erano in grado di galleggiare o nuotare, i roditori e gli ominidi si ipotizza avrebbero potuto seguire le correnti su travi di legno partendo dall’isola di Sulawesi, e ancora prima dall’Indocina.

La seconda domanda trova delle prove contraddittorie tra loro. Da una parte, infatti, un modello basato sul consumo energetico dimostrerebbe che un gran numero di ominidi di corporatura minuta potrebbe persistere sull’isola di Flores rispetto ad altri più corpulenti, e questo può in parte spiegare il loro apparente successo a lungo termine. Dall’altra i frequenti maremoti e le eruzioni vulcaniche nella regione avrebbero certamente colpito tutti i gli esseri viventi sulla piccolissima isola: almeno uno di questi eventi è stato accertato, e si tratta del medesimo che portò all’estinzione l’elefante nano 840.000 anni fa. Ci si chiede quindi con estremo stupore come possa riuscire un ominide a sopravvivare a così frequenti e disastrosi fenomeni naturali.

Possibili percorsi per Flores degli antenati dell'H. floresiensis

Possibili percorsi per Flores degli antenati dell’H. floresiensis

I risultati avrebbero così finalmente messo delle ipotesi credibili e concrete da una parte, ma dall’altra avrebbero aperto una questione intrinsecamente contraddittoria. Ma anche quest’ultimo punto è da considerarsi comunque come un progresso raggiunto, poiché pone una questione più specifica evitando il ristagno e la sterile inconcludenza.

E sicuramente mette altra “carne sul fuoco” per i ricercatori, i quali hanno un ulteriore quesito che con tutta probabilità li contringerà ancora una volta a dover cercare strade alternative per poter essere affrontato.

 

Ernesto Pozzoni

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Incontri in riva al lago

Lago di Turkana, Kenya, Africa orientale. Paleolitico inferiore.

02/08/2013 – Il  Lago di Turkana, nel nord-ovest del Kenya, protagonista di rilevanti ritrovamenti paleoantropologici tra cui i resti del noto esemplare di H. ergaster di circa 11 anni soprannominato Ragazzo di Turkana, ci racconta questa volta una fase molto importante della vita di un ventaglio di specie di ominidi tra cui gli esponenti della specie dello sfortunato giovane.

Occorre spostarsi sulla sponda occidentale del bacino per poter arrivare al deposito geologico fonte delle informazioni: qui si trova infatti la nota Formazione di Nachukui, una delle risorse più importanti a nostra disposizione per cercare di comprendere sia la cultura paleolitica Olduvaiana, caratterizzata dalla scheggiatura grezza per la creazione dei manufatti litici utilizzata durante il Paleolitico Inferiore, sia le prima fasi di quella Acheuleana, contraddistinta per la scheggiatura più raffinata e presente solo dall’H. ergaster con qualche presenza anche nell’H. habilis.

Chopper, i tipici strumenti litici olduvaiani

Chopper, i tipici manufatti litici olduvaiani.

Bifacciali a mandorla, i tipici manufatti litici acheuleani

Bifacciali a mandorla, i tipici manufatti litici acheuleani

 

Entrando più nello specifico, il periodo coinvolto è molto ampio: dai 2,4 agli 1,4 milioni di anni fa. In questo arco temporale il pianeta ha conosciuto diversi ominidi, alcuni dei quali apparsi al di fuori dell’Africa:

-  Australopithecus africanus (3 – 2 milioni di anni fa)

Australopithecus africanusAustralopithecus africanus

 

Homo habilis (2,5 – 1,6 milioni di anni fa)

Homo habilisHomo habilis

 

Homo rudolfensis (2,4 – 1,7 milioni di anni fa)

Homo rudolfensis

 

- Paranthropus boisei (2,3 – 1,2 milioni di ani fa)

Paranthropus boiseiParanthropus boisei

 

Paranthropus robustus (2,2 -1 milione di anni fa)

Paranthropus robustus

 

- Australopithecus sediba (2 – 1,5 milioni di anni fa)

Australopithecus sedibaAustralopithecus sediba

 

- Homo gautengensis (2 – 0,6 milioni di anni fa)

 Homo gautengensis

 

- Homo georgicus (datazione ignota, comunque intermedia tra H. habilis e H. erectus)

Homo georgicusHomo georgicus

 

- Homo ergaster (2 – 1 milione di anni fa) che migrò in tempi successivi nel continente asiatico assumendo tassonomicamente il nome di H. erectus.

Homo ergasterHomo ergaster

 

Ovviamente liste del genere non sono mai da considerare come uno specchio di ciò che è stato: al più possono essere prese come un’immagine estremamente sfocata, poiché sono sempre confutabili da nuovi ritrovamenti, nuove tecniche e tecnologie di datazione, e dalla speculazione scientifica. Nonostante in alcuni contesti possano sembrare superflue, in realtà vale comunque la pena riproporle per focalizzare l’attenzione sul fatto che la nostra storia è stata caratterizzata da convivenze (pacifiche o conflittuali) di più generi e specie distinti, da spietate ed inesorabili estinzioni e – molto importante – da fusioni ed assorbimenti.

E’ con questa doverosa premessa che ora possiamo apprezzare il risultato ottenuto della ricerca pubblicata su Jurnal of Human Evolution in ScienceDirect. Gli studi pedogenetici (ossia riguardanti l’insieme di processi che portano alla formazione del suolo, in questo caso specifico del paleosuolo) hanno rivelato che l’area del Kaitio, un fiume in secca, contiene nel livello stratigrafico interessato un’alta percentuale di residuo di piante C3 tanto da permettere di stimare una copertura boschiva dal 34 al 37%. Discorso simile per l’area Kalachoro, un tempo facente parte di un contesto di pianure alluvionali, che sarebbe stata ricoperta dal 46 al 50% della sua estensione da zone verdi legnose. La terza area che è stata sottoposta ad analisi è chiamata Natoo: la stima è del 21%.

Turkana

Turkana con il suo lago, in Kenia

Questi dati, debitamente incastonati nell’intero complesso di risultati, hanno consentito ai ricercatori di dedurre che i produttori del manifatturato litico inquisito avrebbero svolto la loro attività dal mese di Maggio all’interno delle zone boschive, a dispetto dell’immagine più classica che li vede operare nelle immense praterie della Savana o tra ampie zone rocciose a cielo aperto. Sarebbe proprio quest’ultimo uno dei maggiori problemi che li avrebbe spinti all’ombra delle fronde, al riparo dal sole cocente. Un sole caldo che rende necessarie fonti idriche potabili immediate, le quali a loro volta attirano prede di cui potersi nutrire e permettono la crescita di piante e frutti commestibili. Acqua che permette vita, e dove c’è vita c’è anche morte. E dove c’è morte ci sono carcasse di cui cibarsi se non si hanno sviluppate le capacità da cacciatore. Non in ultimo, ovviamente, la presenza abbondante di rocce sedimentarie da poter essere lavorate.

Vista la differente natura delle mani che hanno lavorato quelli che ora sono i reperti del luogo (basti pensare alla maggior parte degli ominidi sopraelencati), viene da pensare a come si siano svolti gli eventuali incontri tra gli esponenti dei vari generi e specie contemporanei: si trattava di pacifica convivenza? O di pacifica alternanza? O ancora di un’alternanza conquistata ogni volta con l’aggressione o la minaccia? O magari si era stabilita nel tempo una gerarchia tra le specie? E in quest’ultimo caso, la gerarchia veniva messa in discussione? Senza contare gli effetti di questa vicinanza: poteva essere uno dei fattori che hanno portato alla fusione/assorbimento/estinzione delle specie? Poteva aver contribuito allo scambio di informazioni (anche solo tramite imitazione) e influito nell’acquisizione di nuove forme di visione e di pensiero portando così ad un’evoluzione culturale oltre che biologica?

Nonostante siano quesiti aperti, non sono comunque lasciati a se stessi: lo studio delle testimonianze delle interazioni tra gli ominidi più recenti, l’osservazione del comportamento dei primati più intelligenti, il ritrovamento di nuovi reperti e la speculazione scientifica potranno forse un giorno tentare di dare una risposta.

 

Ernesto Pozzoni

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Qualche semplice sasso scheggiato

30/07/2013  – Quando vengono scoperti dei manufatti litici in un’area dove non ci si aspetta la loro presenza, si apre un ampio complesso di studi che coinvolge non solo differenti oggetti d’esame, ma anche finalità apparentemente distanti ma che appartengono allo stesso quadro d’insieme: migrazioni ed espansioni.
E’ ciò che è recentemente successo nella penisola arabica: il rinvenimento nel 2011 di strumenti litici del paleolitico medio e superiore nella parte centrale dell’area geografica in questione, ha abbozzato un capitolo fino ad ora oscuro sulla sua occupazione. Tra le tipologie di studo effettuate, spiccano quelle sull’analisi tecnologica dei reperti, quella geomorfologica dell’area e quella climatica.

La caratteristica principale di questi manufatti è il tipo di lavorazione: una parte considerevole di essi è stata ottenuta con la medesima tecnica Levallois presente nello Yemen-Oman in tempi precedenti, e prima ancora nel nord Africa, in Nubia: un’invenzione del sapiens anatomicamente moderno. Nonostante questo, appaiono anche metodi locali di produzione, alcuni tra i quali derivati comunque dalla Levallois.

La tecnica Levallois di scheggiatura preferenziale.

La tecnica Levallois di scheggiatura preferenziale.
Fonte: Wikipedia

Punta ottenuta con la tecnica di scheggiatura di Levallois.

Punta ottenuta con la tecnica di scheggiatura di Levallois.
Fonte: Wikipedia

La mancanza di un precurore tecnologico fa pensare ad un movimento Out-of-Africa: lo spostamento sarebbe iniziato dalla Nubia lungo la lingua di terra tra il nord del Mar Rosso e il Mediterraneo, la ridiscesa verso sud lungo le coste orientali del Mar Rosso, l’occupazione della fascia meridionale della penisola arabica lungo la costa dell’Oceano Indiano (Yemen-Oman) magari attraversando direttamente il Mar Rosso per lo stretto di Bab el-Mandeb, e quindi la risalita a nord all’interno della penisola.

Nuclei dei manufatti litici in Nubia e Arabia. Diritti dell’immagine agli autori della ricerca. Disponibilità alla cancellazione della stessa da questa pagina in caso di richiesta da parte dei proprietari.

Nuclei dei manufatti litici in Nubia e Arabia.
Diritti dell’immagine agli autori della ricerca. Disponibilità alla cancellazione della stessa da questa pagina in caso di richiesta da parte dei proprietari.

Il motore che avrebbe incentivato lo spostamento verso nord sarebbe stato il clima: tre grandi periodi di precipitazioni si sarebbero susseguiti in una parte del paleolitoco medio (MIS 5). La prima si sarebbe manifestata tra 130 e 125 mila anni fa, e precederebbe la presenza della tecnologia nubiana in Arabia: probabilmente avrebbe funto da calamita. Le due fasi umide successive (100 mila anni fa la seconda, e 80-75 mila anni fa la terza) avrebbero spinto le presenze umane alla migrazione attraverso verso l’Arabia Saudita.
Tra un periodo umido e l’altro, la siccità avrebbe potuto avere la meglio sugli spostamenti: è  proprio qui che sarebbero entrate in gioco le risorse idrografiche dell’Al-Kharj, che con le sue numerosi sorgenti e pozzi d’acqua avrebbe rappresentato un importante rifugio.
Ed è proprio ad Al-Kharj che si trovano gli affioramenti in arenaria utilizzata per la fabbricazione degli strumenti rinvenuti nel luogo: la vicinanza della materia prima sarebbe stata un’altra risorsa che avrebbe contribuito allo scopo.

Mappa topografica di Al-Kharj.
Diritti dell’immagine agli autori della ricerca. Disponibilità alla cancellazione della stessa da questa pagina in caso di richiesta da parte dei proprietari.

Attività d’indagine svolte nel 2011.
Diritti dell’immagine agli autori della ricerca. Disponibilità alla cancellazione della stessa da questa pagina in caso di richiesta da parte dei proprietari.

 

Questo articolo non è che un (dozzinale) riassunto del reale e complesso lavoro che è stato effettuato, che ha coinvolto mesi di lavoro e finanziamenti da fonti sia private sia governative:  niente male considerando che il tutto è partito da “qualche semplice sasso scheggiato”.

Fonte: pagina della ricerca su PLoS ONE

Ernesto Pozzoni

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La distribuzione degli insediamenti umani durante il paleolitico nel nord della Penisola Iberica

Uno studio condotto a nord della Spagna ha cercato di capire qual’è stata l’influenza di determinate variabili nella scelta dell’habitat da parte degli uomini del paleolitico.
Sono stati effettuati studi di natura biogeografica (la distribuzione degli esseri viventi nello spazio e nel tempo e le cause determinanti) e paleoecologica (la ricostruzione dell’ambiente e degli ecosistemi) sulla base dei resti archeologici. Tra i vari esami tenuti spiccano infatti quelli sui resti della fauna locale, indice della dieta umana, e sull’influenza delle glaciazioni soprattutto durante la loro massima espansione, fattore tra più decisivi sull’influenza della scelta delle locazioni.

Un piccolo sguardo alla regione geografica: si tratta del territorio che attualmente è occupato dal Principato delle Asturie: è collocato nella parte nord-ovest della Penisola Iberica, e presenta le altitudini più elevate di tutta la catena montuosa che l’attraversa, la Cordigliera Cantabrica, molto vicina al mare e separata da essa da una stretta zona collinare.

Cordigliera Cantabrica

Cordigliera Cantabrica

L’arco temporale preso in considerazione è l’intero paleolitico, un periodo che pone le sue radici 2 milioni e mezzo di anni fa (inizio pelolitico inferiore) e trova il suo termine 10.000 anni fa (fine paleolitico inferiore) con i primi segni di introduzione dell’agricoltura. Generazioni di uomini, dagli ergaster ai sapiens moderni, hanno camminato nel nord della Spagna in questa fascia temporale.
Conseguentemente, l’influenza delle variabili prese in esame è stata nel tempo molto varia, ma si sono individuate delle caratteristiche in comune e continuative nel tempo:
1- basse quote
2- esposizione a sud
3- pendenze dolci
4- moderata distanza dai corsi d’acqua.

Gli insediamenti umani nelle Asturie nel Paleolitico. Diritti dell'immagine agli autori della ricerca. Disponibilità alla cancellazione della stessa da questa pagina in caso di richiesta da parte dei proprietari.

Gli insediamenti umani nelle Asturie nel Paleolitico.
Diritti dell’immagine agli autori della ricerca. Disponibilità alla cancellazione della stessa da questa pagina in caso di richiesta da parte dei proprietari.

 

Fonti: pagina della ricerca da Journal of Archaeological Science

 

Ernesto Pozzoni

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