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La notte dei ricercatori: 25 e 26 settembre

Notte dei Ricercatori La Città incontra l’Università – L’Università incontra la Città venerdì 25 e sabato 26 settembre 2015 Meet Me Tonight – La Notte dei Ricercatori – è un’iniziativa europea che Continua a leggere »

Evoluzione tecnologica

Secondo i dettami evolutivi una specie sopravvive solo quando riesce a trovare un equilibrio con il suo intorno; in termini più semplici, come prima conseguenza si potrebbe dire che la sopravvivenza è Continua a leggere »

Tag Archives: Feyerabend

Processo al processo : il caso Galilei

Per quanto possa di certo creare dispiacere negli animi più candidi, è sempre bene ricordare che tra la mitologia creata sulla persona di Galileo in relazione ai suoi processi e la verità di ciò che successe esiste un profondo abisso. Per riuscire a comprendere la questione ci si rifarà soprattutto ai capitoli 9 e 13 di Against Method (Contro il Metodo) di Feyerabend; secondo il filosofo di origine austriaca, il primo punto da mettere in conto era la scientificità della teoria geocentrica. Come giustamente scrive, tale teoria era corroborata da studi e ricerche che esulavano dal fattore religioso (pag. 128): “The judgment was made without reference to the faith, or to Church doctrine, but was based exclusively on the scientific situation of the time” (trad. : “Il giudizio [del 1616] venne svolto senza alcun riferimento alle questioni di fede o alla dottrina della Chiesa, ma venne basato esclusivamente sulla situazione scientifica del tempo”). Il risultato di ciò è il dover comprendere che Galileo non stava lottando contro delle credenze assurde, bensì contro una teoria scientifica (per quanto errata potesse essere): si può quindi dire che il giudizio formulato su di lui era stato deciso da una giunta di suoi pari che avevano valutato la sua teoria secondo gli standard di un metodo scientifico accettato da tutti.

Paul Feyerabend

Paul Feyerabend

Il secondo punto si riferisce alle prove portate da Galileo. Feyerabend introduce tale questione sovvertendo l’idea che la chiesa avrebbe comunque rifiutato la teoria eliocentrica per il suo essere in contrasto con la Bibbia (pag. 132): “A truth supported by scientific reasoning was not pushed aside. It was used to revise the interpretation of the Bible passages apparently inconsistent with it” (trad. : “Una verità supportata da un ragionamento scientifico non veniva scartata. Veniva usata per rimodellare l’interpretazione di quei passi della Bibbia apparentemente inconsistenti con tale verità”). A dimostrazione di ciò, nello stesso paragrafo Feyerabend dimostra come la Chiesa credesse nella sfericità della terra, una sfericità in contraddizione con alcune parti della Bibbia dove si evince la teoria della terra piatta. Se Galileo avesse quindi portato prove concludenti e irrefutabili, la Chiesa avrebbe dovuto “chinare il capo”.

Galileo Galilei

Galileo Galilei

La prova fondamentale di Galileo era il cannocchiale: ciò che spesso non si comprende è il fatto che un cannocchiale del 1600 è differente da uno qualsiasi odierno, cosa questa che dovrebbe far capire perché il mezzo di Galileo venne sottoposto a forti dubbi da parte di chi veniva invitato ad utilizzarlo. Feyerabend cita Horky, pupillo di Keplero (pag. 85): “Below it works wonderfully; in the heavens it deceives one, as some fixed stars are seen double” (trad. : “[Sulla terra il telescopio] funziona perfettamente; [quando è rivolto al cielo] inganna, poiché alcune stelle fisse sono viste come doppie”). Se a ciò si aggiunge il fatto che tale mezzo provocava non piccoli problemi agli occhi (forse questa la motivazione della cecità di Galileo) e che lo stato della medicina del XVII° secolo non aiutava certo chi già soffrisse di “problematiche oculistiche”, non risulta difficile da comprendere il perché molte persone reputate dotte rifiutassero di dare un giudizio definitivamente positivo sul cannocchiale.

Particolare del cannocchiale di Galileo (copyright Museo Galileo)

Particolare del cannocchiale di Galileo (copyright Museo Galileo)

Il risultato della ricerca di Feyerabend è un giudizio che riguarda l’onestà intellettuale (pag. 127): “[…] a small clique of intellectuals aided by scandal-hungry writers succeded in blowing [the trial] up to enormous dimensions […] This is childish and also very unfair towards the many other victims of 17th-century justice. It is especially unfair towards Giordano Bruno […]” (trad. : “[…] un piccolo gruppo di intellettuali coadiuvati da scrittori alla ricerca di scandali sono riusciti a trasformare [il processo] in qualcosa di dimensioni enormi […] Tutto ciò denota un certo infantilismo ed è inoltre molto scorretto nei riguardi delle tante altre vittime della giustizia del XVII° secolo. E’ specialmente scorretto nei confronti di Giordano Bruno […]). Non si rifiuta quindi a Galileo la sua grandissima importanza in qualità di studioso, né si discute del fatto che fosse sulla strada conoscitiva corretta o che l’ingerenza della Chiesa fosse sbagliata, ma non si può nascondere come siano andati veramente i fatti: se il concetto di verità è ciò che spinge ad apprezzare la scienza, tale verità non può essere viziata in forma propagandistica.

 

Post Scriptum : l’edizione di Against Method usata per quest’articolo si riferisce ad una ristampa del 2010 (US, Verso). Le fotografie usate sono state tratte da wikipedia, tranne per il cannocchiale (vedasi link didascalia). Si sottolinea che in questa sede il discorso di Feyerabend è stato semplificato ed incentrato solo sulla questione legata alle prove scientifiche; per maggiori e più profondi dettagli (in special modo nei riguardi della posizione di Feyerabend e del perché si sia interessato alla “questione Galileo”) si rimanda quindi alla lettura del libro stesso, in particolare ai capitoli dal settimo al quattordicesimo.

Scienza, Etica e Verità – parte II

L’idea dell’etica come argine delle ricerche scientifiche è di certo stimolante, ma non si può neppure pretendere che possa risolvere ogni problematica. Se l’etica si basa su elementi che possono essere definiti come umani (e quindi generali per tutte le persone), l’etica dipende anche in parte dalla società e dalla cultura in cui si trova a convivere, risultandone per cui modificata. La corsa agli armamenti della guerra fredda, per creare una correlazione politica, si basava su una richiesta per nulla scorretta, ossia il proteggersi da possibili attacchi esterni, ma contestualizzando tale richiesta e guardandola con l’occhio clinico di chi vive dopo la caduta del muro di Berlino, non possiamo non sottolinearne le assurdità, assurdità che al loro interno appaiono tuttavia non illogiche.

Ricerca ed etica si controbilanciano

Ricerca ed etica si controbilanciano

Spesso, ciò che per noi è un fatto ordinario, una nozione scientifica ovvia, non lo era nel momento in cui veniva presentata al grande pubblico. Che il sole sia al centro del nostro sistema (solare, per l’appunto) è un dato certo, ma inserire questo risultato in una cultura specifica che segue i canoni geocentrici significa sovvertire tutto un sistema di credenze correlato (Feyerabend ne parla nel suo Contro il Metodo): le ripercussioni sulla società, sulle persone che ne fanno parte, sono di certo temi di ordine etico. Samuel Butler (1835-1901) ne discuteva già nei suoi diari, riferendosi tacitamente all’evoluzionismo darwiniano: secondo lo scrittore inglese, la scienza ha tutto il diritto di arrivare a risultati obiettivi, ma quando tali risultati possono creare ciò che oggi definiamo shock culturali, lo scienziato deve allora sottostare al benessere psicologico della società e aspettare che giunga il momento corretto per parlare delle sue scoperte.

Pagine dai diari di Butler.

Pagine dai diari di Butler.

Al di là di tutto, la considerazione finale torna ancora una volta ad essere fortemente ambigua: se la scienza scopre una verità che non coincide con quanto si è sempre pensato (eliocentrismo e geocentrismo, ad esempio), non si dovrebbe allora porre in primo piano la verità stessa anziché il benessere psicologico delle persone? E’ meglio una fantasia che ci permette di vivere tranquilli o una verità che provoca terremoti culturali? Un primo risultato di queste considerazione è l’accorgersi che, da un determinato punto di vista, non esiste una bensì diverse scienze, come ad esempio una scienza teologica (divisa nelle varie credenze, spesso troppo diverse tra loro per ricondurle ad un unico principio) ed una scienza umanistica: sebbene troppo spesso non ce ne si accorga, le ricerche scientifiche dipendono tacitamente da fin troppi stimoli culturali per poter essere definite puramente libere.

 

Parte I

Parte III

Scienza e Lingua – Parte II

Statunitense, laureato in ingegneria, Whorf (1897-1941) si avvicinò allo studio della lingua spinto da una profonda e stimolante curiosità che sfociò in una collaborazione con Edward Sapir (linguista ed antropologo nato in Prussia). Il concetto fondamentale dei suoi studi, citato anche dal filosofo Feyerabend in Contro il Metodo, è stato da lui battezzato con il nome di “principio di relatività linguistica”; fondamentalmente può essere schematizzato nel seguente modo:

il pensiero crea le parole → le parole convogliano modi di pensare → le parole modificano il pensiero → il pensiero crea le parole

Benjamin Lee Whorf

Benjamin Lee Whorf

Alla base di questo ragionamento si inserisce il rapporto contestualizzante tra parola/concetto e mondo esterno: sebbene possa apparire difficile, l’ipotesi di Whorf (chiamata anche Sapir-Whorf) vuole solo dimostrare come ogni lingua appartenga ad una cultura che si rapporta (facendosi influenzare ed influenzando) con il luogo in cui vive, un concetto che potremmo definire in parte come etnolinguistica. Sebbene si possa quindi affermare che tutte le lingue umane posseggono bene o male le stesse funzioni basiche grammaticali, è tuttavia innegabile che ogni lingua presenta valori propri.

Il discorso di Whorf diventa interessante nel momento in cui lo trasporta nel campo scientifico. Secondo lo studioso americano, la popolazione amerindia degli Hopi ha una concezione del tempo più simile a quella proposta da Albert Einstein nella teoria della relatività; poiché la concezione culturale di una popolazione si manifesta anche attraverso il linguaggio, Whorf afferma che è più semplice che gli Hopi capiscano velocemente la teoria del fisico tedesco di quanto lo possano fare le culture indoeuropee, legate a schemi tempo-spazio differenti. Contestualizzando in maniera più semplice, si pensi alla frase “il sole tramonta”: dire che non denoti una visione tolemaica, ossia geocentrica (la terra al centro del sistema solare), sarebbe una assurdità.

Carta geocentrica

Carta geocentrica

I problemi linguistici non sono quindi da sottovalutarsi. Darwin stesso, ad esempio, si scontrò più volte con la problematica del concetto di “perfezione”, incapace di trasmettere il suo valore relativo proprio poiché nella cultura inglese del XIX secolo (come anche nella nostra) “perfezione” assume troppo spesso un valore assoluto: un organo non è mai perfetto in sé, è perfetto in relazione al contesto specifico e alla sua funzione di sopravvivenza dell’essere che lo possiede. Noi stessi diciamo “discendiamo dalle scimmie”, una concezione fuorviante poiché l’essere umano è in definitiva una scimmia: più corretto sarebbe dire che tra noi, le scimmie e i primati esiste un antenato comune che ha portato a variazioni tali da creare delle specie differenti.

Edward Sapir

Edward Sapir

L’ipotesi Sapir-Whorf ha ovviamente trovato i suoi detrattori, linguisti di fama mondiale tra cui Noam Chomsky e Steven Pinker (stimato teorico dell’evoluzionismo legato al linguaggio). Al di là di tutto, l’ipotesi richiede un discorso approfondito dei suoi risvolti più importanti: se la scienza cerca di dare spiegazioni obiettive, tali spiegazioni devono comunque essere condotte in una lingua precisa, ossia carica di significati culturali che potrebbero creare discrepanze concettuali. Non solo: se la ricerca scientifica parte da discorsi condotti attraverso una lingua, chi può dire che non sia in parte la lingua (la cultura esistente) a condurre lo scienziato verso determinati risultati?

Parte I

Scienza e Pseudoscienza

Può sembrare strano che una associazione scientifica decida di parlare di un evoluzionista sui generis come Samuel Butler (1835-1901), autodefinitosi neolamarckiano. Inutile cercare di spiegare in poche righe il discorso dell’autore inglese, sarebbero necessarie fin troppe pagine e fin troppa pazienza; molto meglio citare il filosofo della scienza Karl Popper, che nel capitolo dedicato al darwinismo (dal suo libro The Unended Quest) scrive:

I have come to the conclusion that Darwinism is not a testable scientific theory, but a metaphysical research programme – a possible framework for testable scientific theories. (Popper 2005: 195)

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La frase di Popper contiene il nocciolo della questione: l’evoluzione, per quanto la si possa dimostrare in maniera più che soddisfacente, non può essere riprodotta attraverso esperimenti in laboratorio, e serve quindi come linea guida (framework) per teorie testabili. Contestualizzando Butler nel suo periodo storico, si evince come lo scrittore avesse capito che il discorso evoluzionista non poteva essere considerato come chiuso, che si inseriva in un campo in parte metafisico e che era quindi necessario trovare risposte ai dubbi e alle incongruenze del pensiero darwinista, risposte che oggi abbiamo ma che, nel XIX secolo, scarseggiavano (vedasi la questione dell’ereditarietà genetica e del DNA). Come scrive Giulio Giorello (Se ti spiegassi la scienza?):

Per arrivare alla conquista della verità, e a una maggiore fioritura umana, è infatti bene che ci sia dissenso. La ricerca vive di questo: se venisse sostituita da una verità assoluta non avrebbe più ragione d’essere. (Alloni & Giorello 2011: 73)

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Il metodo butleriano trova riscontro nel pensiero di Paul Feyerabend, che nel suo Against Method (Contro il Metodo) si chiedeva se non fosse necessario essere meno rigidi nel campo scientifico. Non si tratta, come spesso si crede, di una apertura alla pseudoscienza e a trovate alquanto strampalate per spiegare la realtà che ci circonda: Feyerabend si opponeva a chi potremmo definire con “cialtroni”, e la sua proposta era non di rifiutare a priori di dialogare con loro, quanto di prendere in considerazione le loro teorie e dimostrare dove sbagliassero attraverso vari metodi di valutazione. Esattamente come Butler richiedeva solo che le sue teorie venissero vagliate e criticate, giuste o sbagliate che fossero, così il filosofo tedesco propone un serio atteggiamento di apertura (ed anche di autocritica) per riuscire contenere le derive pseudoscientifiche.

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Queste sono le motivazioni che portano Storie di Scienza a non trovare problematiche nell’accostare due eventi, uno su Butler e uno su Paolo Attivissimo, famoso debunker (ossia colui che dimostra l’infondatezza delle teorie pseudoscientifiche e non solo). Così lavora il pensiero scientifico: si crei la propria teoria, si portino le proprie motivazioni (con dati) e si sia pronti a farla vagliare, criticare e, nel caso, ad essere accettati o rifiutati senza pregiudizi. I risultati, in fondo, nascono dai dialoghi, ed i dialoghi spesso non sono altro che spiegazioni, uno scambio di idee.

 

Samuel Butler e la Memoria Biologica : 2 luglio 2013, h.18.00, Al Borducan (Sacro Monte – Varese)

Paolo Attivissimo e le Bufale Scientifiche : 18 luglio 2013, h.21.00, Filmstudio90 (Varese)