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La notte dei ricercatori: 25 e 26 settembre

Notte dei Ricercatori La Città incontra l’Università – L’Università incontra la Città venerdì 25 e sabato 26 settembre 2015 Meet Me Tonight – La Notte dei Ricercatori – è un’iniziativa europea che Continua a leggere »

Evoluzione tecnologica

Secondo i dettami evolutivi una specie sopravvive solo quando riesce a trovare un equilibrio con il suo intorno; in termini più semplici, come prima conseguenza si potrebbe dire che la sopravvivenza è Continua a leggere »

Tag Archives: paleolitico

Africa Orientale: la culla della cultura moderna

Sito di Gademotta, Etiopia centrale, Rift Valley Etiope, Africa Orientale. Paleolitico Superiore.

 

19/11/2013 – Le basi di una cultura complessa sarebbero state poste molto prima di quanto si è finora ipotizzato.

Questo l’esito di una ricerca pubblicata su PLOS ONE che ha preso in esame delle punte di lancia di foggia musteriense con scheggiatura Levallois, rinvenute in Etiopia e risalenti ad almeno 280.000 anni fa.

Parole di pietra?

18/09/2013 – Quando l’uomo ha sviluppato un linguaggio orale articolato in parole?

La ricerca di una risposta è motivo di accesi dibattiti, e comprende una datazione compresa tra i 2 milioni e i 50.000 anni fa. Questo enorme quanto insoddisfacente arco di tempo rappresenta uno stimolo per i ricercatori.

All’atto pratico la questione si presenta però estremamente complessa ed impegnativa. Mentre quesiti riguardanti le modifiche anatomiche nel tempo o le innovazoni culturali si avvantaggiano di reperti tangibili -fossili e manufatti- da cui iniziare le investigazioni, quello dell’origine del linguaggio non gode di simili basi.

Questa premessa avvalora il risultato di una ricerca pubblicata su PLOS ONE che come presupposto ha individuato una possibile relazione a livello di attività cerebrale tra la scheggiatura di manufatti litici e la formulazione di parole.

Tassonomia dell’ominazione: occorre “metterci la faccia”

Articolo originale scritto per Pikaia.eu – portale dell’evoluzione

 

 

L’Homo erectus è stato il primo ominide ad aver avuto un corpo molto simile al nostro: adatto a percorrere lunghe distanze senza affaticarsi, alto e slanciato. Presentava inoltre abitudini di vita estremamente differenti dagli ominidi apparsi in tempi precedenti: controllava il fuoco, padroneggiava la lavorazione della pietra dando vita alla cultura Acheuleana e con lui si sono poste le basi per la formazione di nuclei sociali sempre più complessi.

Tali conquiste non sono state certo raggiunte in un unico momento: l’Homo erectus calpestò il suolo per un arco di tempo estremamente ampio, oggi stimato tra gli 1,8 milioni e i 260.000 anni fa. Durante questo periodo di tempo si osserva un notevole incremento della sua corteccia cerebrale. Per poter contenere un cervello sempre più complesso, infatti, il volume cranico è mediamente aumentato dagli 813 cm³ ai 1.230 cm³: una dimensione, quest’ultima, di poco inferiore a quella dell’Homo sapiens attuale.

La differenza del volume craniale tra i fossili più arcaici di erectus rispetto a quelli più recenti non è affatto trascurabile se si considera che si sta parlando della medesima specie. In più occasioni infatti sono sorte discussioni sull’attribuzione della paternità di determinati crani. Il discorso si applica anche ad altri ominidi del Pleistocene medio apparsi in tempi successivi all’erectus, come l’Homo rhodesiensis e l’Homo heidelbergensis.

Come poter affermare quindi che un cranio avente un determinato volume appartenga alla medesima specie di uno con dimensioni differenti e non sia invece catalogabile in un altro taxon?

Una ricerca pubblicata su Journal of Human Evolution ha affrontato il problema mediante il confronto tra differenti crani del Pleistocene medio, con l’obiettivo di determinare le relazioni anatomiche tra il volume del cervello, le dimensioni della porzione ossea del cranio che interagisce con la colonna vertebrale (basicranio), la scatola cranica (neurocranio) e alcuni caratteri del gruppo osseo facciale (splancnocranio o massiccio frontale).

Cranio di Homo erectus (a) e di un ominide del Paleolitico medio. In entrambi gli individui il contorno anteriore è appiattito, mentre il volto è massiccio e sporge dalla parte anteriore della scatola cranica. (a) Il reperto di Sangiran 17 ha un volume è di 1.004 cc. Il parietale è relativamente corto. L'occipitale è fortemente piegato, con un grande piano nucale. (b) Il reperto di Broken Hill ha un volume di 1.280 cc, un'alta volta cranica e l'arco lambda-bregma più lungo. L'occipitale è espanso rispetto al piano sotto il collo.

Cranio di Homo erectus (a) e di un ominide del Paleolitico medio.
In entrambi gli individui il contorno anteriore è appiattito, mentre il volto è massiccio e sporge dalla parte anteriore della scatola cranica.
(a) Il reperto di Sangiran 17 ha un volume è di 1.004 cc. Il parietale è relativamente corto. L’occipitale è fortemente piegato, con un grande piano nucale.
(b) Il reperto di Broken Hill ha un volume di 1.280 cc, un’alta volta cranica e l’arco lambda-bregma più lungo. L’occipitale è espanso rispetto al piano sotto il collo.

Il presupposto è che l’aumento del volume neurocraniale sia stato parallelamente accompagnato o abbia costretto all’adattamento alcuni caratteri craniali, mentre altri ne siano stati indipendenti. Questi ultimi infatti sarebbero stati sottoposti a modifiche nel tempo scarse o nulle. In altre parole la ricerca si è posta di individuare quei caratteri craniali utili per la classificazione tassonomica poiché rimasti immutati nel tempo, a prescindere dall’accrescimento del volume neurocraniale.

Dallo studio emerge che la maggior parte dei tratti indipendenti dall’incremento del volume neurocranico siano di natura prettamente splancnocraniale, poiché il massiccio frontale sarebbe intrinsecamente più indipendente dalla zona cerebrale.

L’avvaloramento di questo risultato verrebbe dall’anatomia medica: essa infatti descrive il neurocranio come un gruppo osseo avente funzione esoscheletrica con lo scopo di proteggere l’encefalo. Il masssiccio frontale invece ha una funzione prettamente endoscheletrica e si configura come architettura di sostegno dei visceri cranici come muscoli, mucose, e occhi.

I tratti individuati non appartengono esclusivamente al massiccio frontale: la ricerca distingue infatti anche alcuni tratti riguardanti il gruppo osseo neuro-basicraniale. Tra essi vengono evidenziati:

 

- l’estensione del frontale anteriore

Osso frontale anteriore

Osso frontale anteriore

- l’espansione laterale della volta parietale

Osso parietale

Osso parietale

- l’altezza della corda lambda-inion

Lambda-Inion nell'occipitale posteriore. Clicca sull'immagine per ingrandire.

Lambda-Inion nell’occipitale posteriore.
Clicca sull’immagine per ingrandire.

Lambda-Inion nell'occipitale posteriore. Clicca sull'immagine per ingrandire.

Lambda-Inion nell’occipitale posteriore.
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- l’arrotondamento del contorno sagittale dell’occipitale

contorno_sagittale_occipitale

 

La nuova precisione nella classificazione tassonomica raggiunta con questa importante ricerca permetterà ai paleoantropologi di avere a disposizione nuovi strumenti utili per approfondire lo studio sul cespuglio evolutivo dell’ominazione, che ha già messo alla luce le prime ipotesi alternative.

Con il nuovo metodo d'analisi anatomica sono state avanzate nuove ipotesi sulla relazione di parentela tra gli erectus e gli altri ominidi del Paleolitico medio.

Con il nuovo metodo d’analisi anatomica sono state avanzate nuove ipotesi sulla relazione di parentela tra gli erectus e gli altri ominidi del Paleolitico medio.

 

Ernesto Pozzoni

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Il volto del primo europeo

L’Homo antecessor è l’ominide più antico conosciuto che ha popolato il continente Europeo, tra 1.200 e gli 800 mila anni fa. Il gruppo di Luis Arsuaga, uno dei suoi scopritori, si sta occupando della mappatura del realtivo genoma dopo aver codificato quella di un orso di circa 500.000 anni fa.

Gli unici siti dove sono stati trovati i suoi resti fossili sono quelli di Gran Dolina e di Sima del Elefante, entrambi localizzati nella nota Sierra di Atapuerca, in Spagna.

Raffinato come un Neaderthal

Siti di Pech-de-l’Aze e Abri Peyrony, dipartimento della Dordogna, regione Aquitania, Francia sud-occidentale, Europa occidentale. Fine Paleolitico medio.

 

 

 

 

13/08/2013 – Nei siti francesi di Pech-de-l’Aze e Abri Peyrony, noti per l’abbondanza di materiale neanderthalense, sono stati trovati alcuni manufatti fossili in osso risalenti a 50.000 anni fa.

Dipartimento della Dordogna

Dipartimento della Dordogna

Si tratta di strumenti specializzati, ornamenti per il corpo e piccole lame.

I resti di alcuni struenti in osso ritrovati

I resti di alcuni struenti in osso ritrovati

Altri resti ritrovati degli strumenti in osso

Altri resti ritrovati degli strumenti in osso

Prima della scoperta si pensava che in quel tempo il continente europeo non avesse ancora conosciuto la colonizzazione dei Sapiens, e quindi sarebbe stato abitato esclusivamente dai Neanderthal.

Questi avrebbero utilizzato le ossa occasionalmente, e con il solo scopo di coadiuvarsi di un secondo elemento per la lavorazione dei bifacciali.

Soltanto tramite il contatto con i nuovi arrivati Sapiens, avvenuto a partire da 40.000 anni fa, avrebbero appreso la lavorazione delle ossa per la produzione diretta.

Ma come suggerisce la complessità dei manufatti ora ritrovati, il loro scopo doveva essere proprio quest’ultimo.

Un utensile in particolare ha suscitato maggiore interesse: la sua usura indicherebbe l’utilizzo nella lavorazione delle pelle. La relativa modalità d’uso sarebbe stata del tutto simile a quella di una tipologia di sofisticati strumenti odierni, aventi lo scopo di rendere il prodotto più lucido, elastico ed impermeabile.

Utilizzo dello strumento in osso per la lavorazione della pelle

Utilizzo dello strumento in osso per la lavorazione della pelle

Dedotta la discrepanza temporale di 10.000 anni -un “buco” affatto irrilevante- le teorie precedenti non avrebbero quindi più modo di sussistere e verrebbero così messe in discussione da tre nuove ipotesi:

1- i Sapiens avrebbero messo piede nel continente europeo in anticipo rispetto alle stime fatte fino ad ora, ed avrebbero quindi trasmesso ai Neanderthal la tecnica della lavorazione delle ossa a partire almeno da 50.000 anni fa;

2- i Neanderthal avrebbero avuto una conoscenza maggiore della lavorazione delle ossa rispetto a quanta è stata loro attribuita e avrebbero trasmetto questa capacità ai Sapiens, arrivati nel continente europeo a partire da 40.000 anni fa;

3- a prescindere dalla datazione dell’arrivo degli Anatomicamente moderni nel continente europeo, Sapiens e Neanderthal avrebbero intrapreso e sviluppato percorsi indipendenti nella lavorazione delle ossa. Anche in questo caso si darebbe quindi merito ai neanderthaliani di una conoscenza superiore rispetto a quanta loro attribuita.

Ricostruzione di un Neanerthal intento nella manifattura

Ricostruzione di un Neanerthal intento nella manifattura

L’ipotesi più condivisa dai ricercatori è che fino ad ora si sia sottovalutata la capacità dei Neanderthal, poiché i siti coinvolti non hanno mai presentato trecce di presenza Sapiens.

Come di frequente accade nella paleoantropologia, solo ulteriori prove potranno dare luogo a una speculazione scientifica che possa portare a una teoria prevaricante.

 

Fonte: pagina della relativa ricerca su PNAS

 

Ernesto Pozzoni

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Paese che vai usanza che trovi

Europa occidentale. Tardo Paleolitico medio.

 

12/08/2013 – Quando ci si interessa di ominidi, generalmente il primo approccio è quello di immaginarli come una serie di compartimenti stagni aventi al proprio interno caratteristiche omogenee e immutabili.

Che si parli di ecologia, di comportamento sociale o di cultura, la meccanica psicologica di primo impatto è quella di standardizzarli. Renderli un’illustrazione da enciclopedia.

Esempio di dozzinale semplificazione

Esempio di dozzinale semplificazione

L’errore diviene ancora più grave quando tale approccio viene (inconsciamente) applicato agli ominidi che più presentano comportamenti avanzati.

Proprio perché questi hanno sviluppato una complessità culturale ed ecologica rilevante, dovrebbe però essere ovvio l’anteporre mentalmente a ominidi la parola popolazioni, e ancor più “proto-etnie” per quanto riguarda i più evoluti.

Nonostante le differenze tra i vari gruppi non siano state articolate dal modo di pensare tipico e unico dei sapiens moderni, è innegabile che più si avanzi nella scala evolutiva e più si presentino delle variabili degne di considerazione evidenziabili dalla regione geografica d’appartenenza.

Ascia da pugno musteriana. Clicca sull'immagine per ingrandire.

Ascia da pugno musteriana.

Questo fatto viene vistosamente documentato da una ricerca pubblicata su Journal of Human Evolution che si è posta l’obiettivo di esaminare una serie di bifacciali neanderthaliani provenienti da tutta l’Europa occidentale: Gran Bretagna, Belgio, Paesi Bassi, Francia e Germania.
Il periodo coinvolto è il tardo Paleolitico medio, tra i 115.000 e i 35.000 anni fa.

Dalla comparazione è emerso un alto grado di variazione nella morfologia dei manufatti, indice di un ampio ventaglio di metodi di produzione.

Nonostante questo dato, i ricercatori hanno individuato delle caratteristiche comuni coincidenti con tre differenti macroregioni:

Keilmessergruppe. Clicca sull'immagine per ingrandire.

Esempio di manufatto litico del Keilmessergruppe.

1- Mustariano di Tradizione Acheuleana (abbreviata in MTA), nel sud-ovest, dove dominano le asce da pugno;
2- Keilmessergruppe (abbreviata in KMG), nel nord-est, caratterizzato da strumenti bifacciali “posteriori” e a forma di foglia;
3- Musteriano con utensili bifacciali (abbreviata in MBT), situato a metà tra le zone di MTA e  KMG, caratterizzato da una vasta gamma di strumenti bifacciali per i quali non è possibile trovare una classificazione accomunante.

geografia_europa_bifacciali_neanderthal

Una nota di carattere descrittivo: la Tradizione Musteriana era caratterizzata dalla lavorazione del nucleo della pietra, che dava il vantaggio di poter ottenere diversi utensili partendo da esso tramite il processo di scheggiatura.

L’interpretazione di questi dati vede MTA e KMG, corrispondenti alle due macroregioni laterali, come zone di persistenza culturale nel tempo. La medesima tradizione manifatturiera litica sarebbe stata tramandata per generazioni senza snaturanti contaminazioni. Da ciò si può dedurre che probabilmente le “paleo-etnie” neanderthaliane relative a queste aree siano state sostanzialmente sedentarie, e che quindi abbiano avuto scarsi contatti esterni.

Discorso differente invece per la macroregione KMG: la varietà di produzione può essere letta come un indice di alta mobilità e di interazione di gruppi dell’est (KMG) e dell’ovest (MTA).

 

Ernesto Pozzoni

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Incontri in riva al lago

Lago di Turkana, Kenya, Africa orientale. Paleolitico inferiore.

02/08/2013 – Il  Lago di Turkana, nel nord-ovest del Kenya, protagonista di rilevanti ritrovamenti paleoantropologici tra cui i resti del noto esemplare di H. ergaster di circa 11 anni soprannominato Ragazzo di Turkana, ci racconta questa volta una fase molto importante della vita di un ventaglio di specie di ominidi tra cui gli esponenti della specie dello sfortunato giovane.

Occorre spostarsi sulla sponda occidentale del bacino per poter arrivare al deposito geologico fonte delle informazioni: qui si trova infatti la nota Formazione di Nachukui, una delle risorse più importanti a nostra disposizione per cercare di comprendere sia la cultura paleolitica Olduvaiana, caratterizzata dalla scheggiatura grezza per la creazione dei manufatti litici utilizzata durante il Paleolitico Inferiore, sia le prima fasi di quella Acheuleana, contraddistinta per la scheggiatura più raffinata e presente solo dall’H. ergaster con qualche presenza anche nell’H. habilis.

Chopper, i tipici strumenti litici olduvaiani

Chopper, i tipici manufatti litici olduvaiani.

Bifacciali a mandorla, i tipici manufatti litici acheuleani

Bifacciali a mandorla, i tipici manufatti litici acheuleani

 

Entrando più nello specifico, il periodo coinvolto è molto ampio: dai 2,4 agli 1,4 milioni di anni fa. In questo arco temporale il pianeta ha conosciuto diversi ominidi, alcuni dei quali apparsi al di fuori dell’Africa:

-  Australopithecus africanus (3 – 2 milioni di anni fa)

Australopithecus africanusAustralopithecus africanus

 

Homo habilis (2,5 – 1,6 milioni di anni fa)

Homo habilisHomo habilis

 

Homo rudolfensis (2,4 – 1,7 milioni di anni fa)

Homo rudolfensis

 

- Paranthropus boisei (2,3 – 1,2 milioni di ani fa)

Paranthropus boiseiParanthropus boisei

 

Paranthropus robustus (2,2 -1 milione di anni fa)

Paranthropus robustus

 

- Australopithecus sediba (2 – 1,5 milioni di anni fa)

Australopithecus sedibaAustralopithecus sediba

 

- Homo gautengensis (2 – 0,6 milioni di anni fa)

 Homo gautengensis

 

- Homo georgicus (datazione ignota, comunque intermedia tra H. habilis e H. erectus)

Homo georgicusHomo georgicus

 

- Homo ergaster (2 – 1 milione di anni fa) che migrò in tempi successivi nel continente asiatico assumendo tassonomicamente il nome di H. erectus.

Homo ergasterHomo ergaster

 

Ovviamente liste del genere non sono mai da considerare come uno specchio di ciò che è stato: al più possono essere prese come un’immagine estremamente sfocata, poiché sono sempre confutabili da nuovi ritrovamenti, nuove tecniche e tecnologie di datazione, e dalla speculazione scientifica. Nonostante in alcuni contesti possano sembrare superflue, in realtà vale comunque la pena riproporle per focalizzare l’attenzione sul fatto che la nostra storia è stata caratterizzata da convivenze (pacifiche o conflittuali) di più generi e specie distinti, da spietate ed inesorabili estinzioni e – molto importante – da fusioni ed assorbimenti.

E’ con questa doverosa premessa che ora possiamo apprezzare il risultato ottenuto della ricerca pubblicata su Jurnal of Human Evolution in ScienceDirect. Gli studi pedogenetici (ossia riguardanti l’insieme di processi che portano alla formazione del suolo, in questo caso specifico del paleosuolo) hanno rivelato che l’area del Kaitio, un fiume in secca, contiene nel livello stratigrafico interessato un’alta percentuale di residuo di piante C3 tanto da permettere di stimare una copertura boschiva dal 34 al 37%. Discorso simile per l’area Kalachoro, un tempo facente parte di un contesto di pianure alluvionali, che sarebbe stata ricoperta dal 46 al 50% della sua estensione da zone verdi legnose. La terza area che è stata sottoposta ad analisi è chiamata Natoo: la stima è del 21%.

Turkana

Turkana con il suo lago, in Kenia

Questi dati, debitamente incastonati nell’intero complesso di risultati, hanno consentito ai ricercatori di dedurre che i produttori del manifatturato litico inquisito avrebbero svolto la loro attività dal mese di Maggio all’interno delle zone boschive, a dispetto dell’immagine più classica che li vede operare nelle immense praterie della Savana o tra ampie zone rocciose a cielo aperto. Sarebbe proprio quest’ultimo uno dei maggiori problemi che li avrebbe spinti all’ombra delle fronde, al riparo dal sole cocente. Un sole caldo che rende necessarie fonti idriche potabili immediate, le quali a loro volta attirano prede di cui potersi nutrire e permettono la crescita di piante e frutti commestibili. Acqua che permette vita, e dove c’è vita c’è anche morte. E dove c’è morte ci sono carcasse di cui cibarsi se non si hanno sviluppate le capacità da cacciatore. Non in ultimo, ovviamente, la presenza abbondante di rocce sedimentarie da poter essere lavorate.

Vista la differente natura delle mani che hanno lavorato quelli che ora sono i reperti del luogo (basti pensare alla maggior parte degli ominidi sopraelencati), viene da pensare a come si siano svolti gli eventuali incontri tra gli esponenti dei vari generi e specie contemporanei: si trattava di pacifica convivenza? O di pacifica alternanza? O ancora di un’alternanza conquistata ogni volta con l’aggressione o la minaccia? O magari si era stabilita nel tempo una gerarchia tra le specie? E in quest’ultimo caso, la gerarchia veniva messa in discussione? Senza contare gli effetti di questa vicinanza: poteva essere uno dei fattori che hanno portato alla fusione/assorbimento/estinzione delle specie? Poteva aver contribuito allo scambio di informazioni (anche solo tramite imitazione) e influito nell’acquisizione di nuove forme di visione e di pensiero portando così ad un’evoluzione culturale oltre che biologica?

Nonostante siano quesiti aperti, non sono comunque lasciati a se stessi: lo studio delle testimonianze delle interazioni tra gli ominidi più recenti, l’osservazione del comportamento dei primati più intelligenti, il ritrovamento di nuovi reperti e la speculazione scientifica potranno forse un giorno tentare di dare una risposta.

 

Ernesto Pozzoni

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