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La notte dei ricercatori: 25 e 26 settembre

Notte dei Ricercatori La Città incontra l’Università – L’Università incontra la Città venerdì 25 e sabato 26 settembre 2015 Meet Me Tonight – La Notte dei Ricercatori – è un’iniziativa europea che Continua a leggere »

Evoluzione tecnologica

Secondo i dettami evolutivi una specie sopravvive solo quando riesce a trovare un equilibrio con il suo intorno; in termini più semplici, come prima conseguenza si potrebbe dire che la sopravvivenza è Continua a leggere »

Tag Archives: Sperimentazione

Metodo, questo sconosciuto

Le richieste fatte alla scienza (qualsiasi cosa un concetto così vasto possa significare) sembrano normalmente essere di due tipi: il “tutto ed ora” e il “tutto come voglio io”. Pare fin troppo spesso impossibile riuscire a capire il meccanismo più semplice, ossia come la scienza richieda invece un lungo periodo di tempo ed un percorso metodologico per nulla libero da questioni anche di ordine etico; diventa quindi ovvio che, mancando tale conoscenza, la maggioranza del “pubblico” si senta in una situazione di spaesamento e in un certo qual modo provochi effetti a dir poco intolleranti.

Per quanto riguarda la problematica temporale, è bene ricordare sempre che qualsiasi scoperta o teoria deve prima essere vagliata in ogni dettaglio. Davanti ad un possibile nuovo farmaco si richiedono ad esempio mesi di prove, mesi che vanno a coprire sia gli effetti desiderati (per controllare che non ci siano ricadute) che quelli indesiderati; la logica, inoltre, insegna che sono pure possibili (sebbene in forma minore) effetti che non si sarebbero potuti prevedere, cosa questa che aumenta la necessità di controllo affinché sia la più capillare possibile.

Rita Levi Montalcini, uno dei simboli della ricerca scientifica.

Rita Levi Montalcini, uno dei simboli della ricerca scientifica.

Nei riguardi del “tutto come voglio io” siamo invece davanti a richieste tra le più disparate. Spesso si richiede di arrivare ad un risultato senza però toccare quelle sfere che per alcuni risultano capaci di ledere le proprie convinzioni più radicate: ci si lamenta così della mancanza di cure per la malattia X senza accorgersi che tali cure potrebbero essere rese possibili solo usando metodi che si rigettano a priori. Non si tratta quindi di un rifiuto personale (come il vegetariano che decide di non mangiare carne) o di un cercare di arrivare ad una sintesi tra posizioni diverse, bensì di una imposizione totalitaria che nasce da parte di un gruppo, spesso molto ridotto, contrario ad un dialogo: una situazione simile a ciò che succede spesso con l’eutanasia, l’aborto o il divorzio.

Le due questioni normalmente si uniscono arrecando danni sempre più forti alla ricerca scientifica; ciò che più provoca malessere rimane comunque il sensazionalismo esagitato, il giocare su fattori emotivi anziché portare alla calma ed al dialogo. Il pericolo più grande nasce quindi dall’ignoranza: se mancano le basi necessarie ad intavolare una discussione, sarà più che ovvio trovarsi di fronte a risultati negativi.  E’ qui dove la questione della maggioranza (ossia chi chiede a gran voce dei cambi radicali o un mantenimento di uno status quo inutile), spinta normalmente da un gruppo sparuto di promulgatori, si fa più pressante: nascondersi dietro un “non ho tempo per informarmi a dovere” non può più essere una scusante, il tutto poiché i risultati a cui la ricerca tende non riguardano pochi, riguardano tutti.

Commento: etica, sperimentazione ed evoluzione

[commento di M. Sabbadini, Presidente dell'Associazione]

Nei giorni scorsi abbiamo avuto l’opportunità di proporre al pubblico varesino un’eccezionale conferenza del Professor Valerio Pocar sull’etica in prospettiva Darwiniana di cui presto pubblicheremo una sintesi video.

Valerio Pocar

Valerio Pocar

Tra i molti temi sui quali si sviluppa la complessa riflessione sulla bioetica applicata alle scienze c’è, ovviamente, il tema sensibile della sperimentazione su cavie viventi, al quale abbiamo dedicato un ulteriore approfondimento realizzando via email un’intervista all’Associazione Pro – Test  promotrice, fra l’altro, della giornata di mobilitazione nazionale per la libertà di ricerca scientifica delle scorso giugno alla quale anche noi abbiamo dato pubblicità e di cui abbiamo condiviso le finalità.

Al lettore attento, pur nella necessaria parzialità di sintesi affidate a brevi articoli, non sarà certamente sfuggita una serie di elementi contraddittori tra le descrizioni delle diverse posizioni: Pro – Test ha sottolineato l’essenzialità della sperimentazione per una serie di processi scientifici e di ricerca fondamentali; la riflessione invece sull’etica darwiniana ha portato con sé un messaggio molto forte e molto chiaro: la scienza non ci consente più di affermare che l’uomo sia un oggetto con qualche preminenza nell’universo, gli animali sono nostri pari. Un’affermazione che pone un problema piuttosto difficile da eludere rispetto al tema degli esperimenti su cavie viventi.

Posto in questi termini, peraltro, il conflitto sembra porsi come un drammatico disaccordo tra etica e scienza, destinato ovviamente a risolversi a favore della scienza dal momento che nessuno di noi desidererebbe porre la propria speranza di vita, i destini del progresso scientifico al di sotto della vita, tutto sommato comunque breve, di animali che probabilmente spesso non sarebbero nemmeno nati se non fossero stati allevati per la sperimentazione. Tanto più che nessuna persona dotata di buonsenso potrebbe attribuire al ricercatore che sperimenta su una cavia tendenze sadiche o chissà quali altre motivazioni diverse dalla ricerca.

Ma siamo certi che le cose stiano così?  Naturalmente la manifestazione del 9 giugno trovava le sue ragioni nella difesa del sacrosanto principio della libertà di ricerca scientifica, un valore fondamentale in ogni democrazia e una premessa essenziale allo sviluppo tecnico e all’euristica scientifica. Questo però non deve indurre l’illusione che la scienza stia fuori dal mondo morale, che in suo nome si possano autorizzare eccezioni a principi altrimenti accettati.

L’Impresa scientifica è affidata a uomini e donne che, come tutti, hanno i loro specifici campi di competenza e hanno, parimenti, i propri limiti. Il dibattito pubblico, il confronto con i processi legislativi degli stati e degli enti sovranazionali, le analisi nell’ambito dell’etica e della bioetica non sono astrazioni inutili per filosofi, sono parte integrante del processo per il quale l’Impresa Scientifica costituisce parte (integrante e fondamentale) della cultura di un’epoca, la nostra, che dalle scienze e dalla tecnologia dipende più di qualunque altra in passato.

Detto ciò il problema etico posto dalla sperimentazione animale potrebbe essere più semplice di quanto non appaia in un primo momento: se la sperimentazione è necessaria alla sopravvivenza della nostra specie un banale principio di autodifesa ci potrebbe indurre a ritenerla moralmente accettabile, semplicemente appellandosi al principio della scelta di un male minore.

Ma, anche posto questo principio, come giustificare la sperimentazione per ricerche, a essere gentili, non essenziali? Le normative attualmente in vigore nei paesi industrializzati prevedono l’obbligo di test sugli animali per qualunque prodotto destinato ad uso umano: ha veramente senso che si provochi l’overdose di una cavia per testare un rossetto o un fard composti, oltretutto, da molecole ben note il cui comportamento e i cui effetti sono facilmente calcolabili dalle precedenti esperienze? ha senso giustificare tali attività per la verifica di prodotti come i cosmetici o alcuni additivi alimentari la cui finalità di realizzazione è puramente commerciale? Vale la pena qui specificare che non è certo la comunità scientifica ad essere responsabile di un simile paradosso previsto piuttosto da legislazioni sensibili ad altri tipi di interesse.

Inoltre non mancano le voci dissonanti nel mondo scientifico, punti di vista che sostengono come la sperimentazione possa essere sostituita da altri modelli di ricerca (ci limitiamo qui a segnalare, per quanto imperfetta, la sintesi che fa Wikipedia del dibattito).

Quindi? Quindi ancora una volta la tematica è assai più complessa di quanto potesse apparire ad un primo sguardo ma, senza la pretesa di dare giudizi definitivi, possiamo individuare alcuni principi generali che dovrebbero avere un ruolo nella definizione di queste difficoltà: 1) la libertà di ricerca come valore fondamentale di una società democratica 2) la ricerca bioetica come punto di riferimento ineludibile per qualunque espressione scientifica 3) soprattutto se una questione non è definita in modo unanime dalla comunità scientifica è fondamentale tenere in considerazione tutti i paradigmi disponibili 4) l’importanza del dibattito pubblico informato, sia come punto di unione tra la comunità scientifica e il resto della popolazione, sia come momento per orientare le scelte politiche e culturali che dovrebbero essere patrimonio condiviso della collettività.

Il Professor Pocar non si è limitato a indicare i problemi etici sottesi alla ricerca con sperimentazione animale, ha anche sostenuto con argomenti tratti da ricerche note e controllabili, che vi sono dubbi sull’efficacia del metodo, ha altresì segnalato la sua opinione secondo la quale la sperimentazione viene vista, in buona fede, come insostituibile solo per ragioni culturali, cioè perché questa pratica porta con sé secoli di collaudo e di credibilità che le danno un autorità che va oltre le evidenze empiriche (un meccanismo peraltro abbastanza noto agli storici e ai filosofi della scienza).

Ecco però che, proprio da questa osservazione, assai critica e tutta da dimostrare, nasce una proposta che ha fortemente senso, qui, riprendere: perché, mentre si continua la consolidata pratica della sperimentazione, non si avviano ambiziosi programmi di ricerca per trovare modelli alternativi? Perché non impegnare danaro dei contribuenti per questo fine? la politica scientifica è una delle azioni caratterizzanti di un governo, anche se molto spesso la politica preferisce demandarla ai soli tecnici quando non seguire semplicemente gli umori di un’opinione pubblica poco informata. Invece un simile programma di sperimentazione, che non potrebbe avvenire con capitale privato mancando un interesse economico specifico,  sarebbe destinato, con certezza, ad essere un successo: in caso non emergessero metodi alternativi buona parte dei nodi etici si potrebberoconsiderare superati data la ragionevole certezza dell’assenza di artenative utili; se emergessero sarebbe possibile superare, in modo netto, il problema e probabilmente disporre di nuove tecniche con costi, di ogni tipo, minori. Inoltre un programma di tali dimensioni sarebbe di per sè portatore di enormi avanzamenti anche solo in termini di scoperte collaterali, proprio come i programmi spaziali degli anni ’50 che, nati per produrre tecnologie belliche, hanno prodotto avanzamenti un innumerevoli rami delle scienze e della tecnica, cambiando anche la vita quotidiana di ciascuno di noi con l’introduzione di molte tecnologie  col tempo divenute disponibili per usi quotidiani.

In ultima analisi la sperimentazione su cavie viventi è oggi uno strumento che la ricerca considera insostituibile ed è parimenti ragione continua di dubbio etico e pratico. Come sempre la soluzione non sta nell’imporre (o sognare) divieti ma cercare modelli diversi, il solo sforzo della ricerca (date le inevitabili ricadute euristiche dovute all’esplorazione di modelli diversi), in questo caso come in altri, potrà ampiamente giustificare il percorso. Si tratta, certamente, di programmi probabilmente costosi ma l’esempio ricavato dalla ricerca aerospaziale di mezzo secolo fa ci dimostra sia come siano possibili, sia quanto siano portatori di risultati e ricadute ben oltre le aspettative dal momento che la ricerca scientifica è sempre attività che produce più di quanto richieda.

 

 

Sperimentazione: Intervista a Pro-Test Italia

Pubblichiamo una intervista che il gruppo Pro-Test, attraverso la persona di Alberto Ferrari, ci ha gentilmente concesso. Il fine di Pro-Test è motivare la ricerca scientifica e la sperimentazione animale, aprendo quindi un dialogo con il grande pubblico. Per maggiori informazioni rimandiamo al sito ufficiale: http://protestitalia.wordpress.com/

a) Si potrebbe dire che il concetto basilare di “sperimentazione animale” sia di facile comprensione. Ciò che si nota, invece, è la difficoltà di avere ben presente quali siano i motivi della sperimentazione stessa. Potete quindi spiegarli?

La risposta potrebbe essere la stessa che alla domanda “perché si fa scienza?”

Si fa perché conoscere il mondo migliora la vita delle persone, facendole progredire sia sul piano pratico, attraverso gli sviluppi tecnologici, sia sul piano, mi si passi il termine, “spirituale”, perché coltiva la curiosità, l’interesse per la natura e in definitiva anche l’etica stessa.

Se invece il problema che ci si pone è perché si usano proprio gli animali, le ragioni possono variare, infatti non si usano sempre gli animali. Gli organismi viventi, incluso l’uomo, sono estremamente complessi e interconnessi, e per studiarne le caratteristiche è spesso necessario ricorrere ai cosiddetti “modelli”, sistemi semplificati che ne riproducono alcune caratteristiche di interesse. Una grossa parte dei modelli utilizzati sono animali o sono derivati da animali.

b) Chi si oppone lo fa per una questione morale. Credete ci sia un controsenso in tutto ciò? Se la sperimentazione mi permette di salvare vite umane (e a volte anche animali), non è già questo un motivo per continuare su questa strada? E’ giusto però usare vite di animali che non hanno certo possibilità di scelta? Come si può affrontare il discorso da un punto di vista etico?

Ogni volta che qualcuno si convince che il proprio quadro di valori sia intrinsecamente migliore di quello di chiunque altro viene evocata la questione morale. Ma per quanto si possa essere convinti di disporre della “superiorità morale”, i quadri di valori differenti si devono comunque confrontare se si vuole convivere in società. Probabilmente c’è chi è convinto di poter attribuire alla vita di topi e uomini lo stesso valore, ma da questo non può derivare che tutti siano obbligati a farlo. Noi viviamo in una società di umani, quindi per noi il benessere degli umani viene nettamente prima; se vivessimo in una società in cui umani e topi contribuissero alla pari, allora li metteremmo alla pari. Poi, certo, il topo non sceglie di partecipare alla sperimentazione, ma se per questo non sceglie neanche di andare dal veterinario se deve essere curato, né sceglie di essere mangiato dal gatto, o ucciso da un topo più aggressivo. La libertà di scelta è un prodotto socio-culturale, riguarda chi partecipa alla società, e purtroppo è anche parecchio limitata. Degli animali ci interessa il benessere (“animal welfare”) ma non applichiamo loro categorie socio-culturali umane.

Il problema è che i sostenitori dei “diritti animali” (“animal rights”) sostengono che la differenza di specie non sia sufficiente ad applicare categorie morali diverse. Hanno ragione, se il problema fosse solo la differenza di specie allora non sarebbe giustificata la differenza etica fra noi e gli animali. Il punto è che la differenza di specie porta sempre con sé differenze eticamente rilevanti: il topo non parla, non scrive, non vota, non lavora, non contribuisce alla società. E tutto questo non è perché abbia qualche disabilità o malattia o impedimento fisico: è così perché è un topo, i suoi limiti sono connaturati al suo essere topo. Ostinarsi a non voler tener conto di questa differenza significativa fra l’essere “topo” e l’essere “uomo” vuol dire essere fuori dalla realtà.

c) Spesso la sperimentazione viene vista nell’immaginario collettivo come una riproposizione degli esperimenti del Dottor Moreau, protagonista di uno dei racconti di Wells, una specie di sadica ecatombe degli innocenti. Potete spiegare invece come funzionano realmente i laboratori?

Come si aspetterebbe che funzionino chiunque non sia stato precedentemente fuorviato da simili racconti dell’orrore. Gli esperimenti dolorosi sono fatti in anestesia, eccetto quei casi in cui l’anestesia sarebbe più dolorosa o pericolosa per l’animale dell’esperimento stesso; gli animali sono ben nutriti e mantenuti con la massima cura, si cerca di evitare loro ogni disagio anche perché un animale sofferente può compromettere i risultati dell’esperimento.

Non cercherò con questo di far passare l’idea che la vita di laboratorio sia uno splendente paradiso per animali: a volte dei disagi ci sono, non sempre si possono evitare. Mi basta che passi l’idea che non sono gli inferni che vengono dipinti, sono posti dignitosi e vivibili. D’altro canto in natura un topo non raggiunge mai l’età che può raggiungere in laboratorio, quindi evidentemente in gabbia non è tenuto in maniera così tragica e non rischia di essere mangiato da gatti o rapaci.

d) Chi si oppone dice che la sperimentazione è un processo inutile in quanto basta svolgere le ricerche usando il metodo in vitro. Potete dire perché questa proposizione è errata?

È sicuramente errata. Sarebbe come se si dicesse che non c’è bisogno del ferro perché abbiamo già il legno; non ha senso perché sono due cose diverse. La ricerca in vitro e in vivo sono ovviamente diverse, quanto possono essere diversi fra di loro uno strato di cellule su un vetrino e un individuo completo. Uno degli slogan preferiti degli oppositori della sperimentazione animale è “non siamo topi di 70 Kg”. Vero, ma non siamo neanche strati di cellule di 70 Kg.

Tuttavia abbiamo qualcosa in comune tanto coi topi che con gli strati di cellule su vetrino, e a seconda di quello che vogliamo scoprire useremo gli uni o gli altri come modelli. Non sono intercambiabili, non possiamo sostituire i topi con strati di cellule e ricavarne le stesse informazioni di nostro interesse. E qui voglio ricordare che in effetti non sarebbe possibile neanche il contrario: non si potrebbe mai sostituire efficacemente i metodi in vitro con modelli animali senza perderne i peculiari vantaggi.

e) Nel mondo post-darwinista si è arrivati alla conclusione che uomini e animali fanno parte di un continuum biologico, ossia che esiste qualcosa che ci unisce geneticamente. Da una parte ciò viene ad oggi visto come l’affermazione di una somiglianza uomo-animale e quindi della equiparabilità dei diritti (visione di campo morale), dall’altra si rifiutano le somiglianze biologiche poiché darebbero ragione alla sperimentazione stessa. Non trovate in ciò una sorta di crisi del pensiero, quasi una schizofrenia?

Infatti è una pesante contraddizione. La cosa buffa è che veniamo accusati spesso di essere noi a contraddirci, poiché giudicheremmo la sperimentazione animale scientificamente valida sulla base della somiglianza fra noi e gli animali, mentre la giudicheremmo eticamente corretta sulla base delle differenze. Ovviamente non c’è nessuna contraddizione, semplicemente ci sono somiglianze e differenze biologiche fra noi e gli animali, e possono essere entrambe scientificamente o eticamente rilevanti o irrilevanti. Noi diciamo che uomini e animali biologicamente hanno molto in comune (siamo tutti eterotrofi, siamo privi di parete cellulare, respiriamo ossigeno, eccetera), ma quando si va a verificare gli aspetti eticamente rilevanti (autocoscienza, linguaggio, capacità di costruire e creare, capacità di stare dentro al sistema sociale contribuendovi attivamente) c’è un abisso in mezzo che rende la condizione umana unica. Io e un cane abbiamo diverse capacità di astrazione, pensiero, calcolo, comunicazione e una miriade di altre cose. Ma abbiamo entrambi occhi, fegato, reni, apparato digerente e via dicendo, e fanno tutti più o meno gli stessi lavori in entrambi.

D’altro canto, quando gli oppositori della sperimentazione animale si contraddicono su questo punto, lo fanno spesso in modo particolarmente evidente.  Ad esempio quando si dice che l’animale può soffrire, lo si dice in gran parte proprio sulla base delle somiglianze fra il sistema nervoso dell’animale e quello umano; quindi se vogliono riconoscere che l’animale può soffrire, allora devono riconoscere anche che il suo cervello, almeno per quell’aspetto della sua biologia, è simile a quello umano. E’ un bel problema: l’argomento etico e quello scientifico per loro si escludono a vicenda.

f) E’ possibile dire che molti dei problemi da voi affrontati siano legati ad una mancanza di cultura della scienza? Non si intende con ciò la semplice cultura scientifica, ossia le conoscenze necessarie per svolgere un determinato lavoro (conoscenze che richiedono anni di studio), quanto di un approccio culturale alla scienza (un approccio della società) che permetta di aprire un dialogo fruttifero.

Direi che è sicuramente così. La scienza non è solo risoluzione di problemi pratici, e neanche è un semplice corpus di conoscenze preconfezionate da vendere alla gente, anzi, questi sono aspetti secondari: la spinta propulsiva della scienza è la domanda, la volontà di comprendere il mondo, e di farlo con un approccio critico e metodico. Non sono tanto le pure e semplici conoscenze scientifiche ad essere rarefatte nella popolazione (anche se va detto che anche su quelle c’è da lavorare), ciò che manca è da un lato l’interesse verso le domande poste dalla scienza, e dall’altro la comprensione approfondita del suo modo di procedere. Manca l’attitudine alla curiosità e al metodo, in una parola, manca l’attitudine a pensare scientificamente.

Purtroppo non basta scrivere su un libro di scuola che Homo sapiens viene da Homo erectus (che per di più è anche impreciso) per aver insegnato scienza alle persone. È quando l’alunno, quale che sia la sua età, ti chiede “e su quali basi lo dici?” e tu gli rispondi, che puoi dire di aver insegnato scienza. Inutile insegnare le leggi delle probabilità nelle scuole, se poi la gente va lo stesso a puntare sui numeri ritardatari al lotto.

Rimandiamo a questo articolo per ulteriori spunti di riflessione nati da un incontro con Valerio Pocar promosso da Storie di Scienza: Etica e Sperimentazione.

Etica e Sperimentazione

Giovedì 11 luglio, all’interno degli eventi dell’Estate Scientifica, Valerio Pocar ha spiegato al pubblico come le scoperte scientifiche legate all’evoluzione (in special modo l’evoluzione darwinista) abbiano portato ad un cambiamento radicale nei confronti dell’etica. Tra i vari punti toccati dal professor Pocar nel dibattito finale, ha suscitato un profondo interesse la questione del rapporto culturale uomo-animale: una volta che la distinzione di specie separate a priori attraverso un atto di creazione cade davanti ai dati scientifici, è infatti necessaria una nuova valutazione.

La presa di posizione etica di Pocar è di certo tutt’altro che superficiale: al di là dei legami genetici più o meno forti, la tesi del professore riguarda il diritto da parte dell’uomo di recare danno volontario ad altri esseri viventi in grado di patire dolore, danno che può arrivare anche a provocarne la morte. Non si tratta di “incidenti naturali”, situazioni in cui la nostra responsabilità viene annullata come può essere lo schiacciare una lumaca camminando su un prato o investire per sbaglio un gatto: azioni non premeditate, azioni fortuite, non rientrano in questa problematica.

Valerio Pocar

Valerio Pocar

Un risultato basilare è la condanna di qualsiasi forma di tortura che nasca da un puro piacere sadico: martoriare un animale per il solo gusto di farlo, oltre ad essere un tema da trattare attraverso la psicologia, è di certo un’azione che tutti, bene o male, rifiutiamo. Nel caso della sperimentazione animale i problemi invece si complicano e si districano paradossalmente allo stesso tempo: se da una parte ad oggi ci troviamo nella necessità scientifica di utilizzare delle cavie, dall’altra la questione sollevata da Pocar rimane aperta.

Senza sperimentazione non potremmo arrivare a risultati determinanti nel campo della medicina, risultati che aiutano non solo l’uomo ma anche gli animali stessi (veterinaria). Le cavie tuttavia non hanno possibilità di scelta: o si presuppone che tale possibilità venga loro negata di natura per non avere facoltà logiche tali da permettere loro una scelta (al contrario degli esseri umani) e quindi risulta un problema fittizio, oppure ci si basa sul presupposto di “istinto/stato naturale” per cui si afferma che l’animale di sua natura non è fatto per funzionare da “cavia da esperimento” (si scavalca il dilemma del libero arbitrio sottomettendolo all’ordine della natura).

Manifestanti pro-sperimentazione

Manifestanti pro-sperimentazione

Come ben si evince, il problema etico rimane aperto a forti dibattiti, a volte guastati da sentimenti per nulla moderati da entrambe le parti. Ciò che tuttavia risalta da questo discorso e che spesso viene tralasciato è che, ad ogni modo, le posizioni di chi è favorevole alla sperimentazione e di chi ne è contrario sono unite in una considerazione profonda: se un giorno potessimo fare a meno di utilizzare cavie animali, la sperimentazione stessa, così com’è adesso, non avrebbe certo più ragione di esistere. Per arrivare a tale risultato possiamo solo rifarci alla scienza, la stessa che ad oggi si trova nella necessità di usare cavie animali.